Catastrofi e cambiamenti climatici, sette riflessioni…

Nel libro ho riportato l’esperienza di un biologo che ha vissuto uno strano fenomeno sull’isola di Papua – esordisce il filosofo Raffaele Scolari, presentandolo alla libreria Feltrinelli nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile – calata la sera, quando ha visto comparire le lucciole, ha notato che queste lampeggiavano a ritmo alternato ma ad un certo punto hanno iniziato a lampeggiare all’unisono” e, prosegue “questa metafora la utilizzo per dire che non sono totalmente fatalista ma credo che oggi sia difficile proporre una buona utopia anche se non escludo si possa generare un fenomeno di rete che porti alla miglior strada”.

Non capita tutti i giorni di sentir pronunciare certi argomenti da parte di un filosofo. La stranezza è dovuta proprio al fatto che materie come la filosofia e la letteratura, fino a pochissimo tempo fa, si sono tenute al di fuori degli argomenti scientifici, quali i cambiamenti climatici, ma, fortunatamente, qualcosa sta cambiando: si comincia ad intravvedere un’apertura anche da parte di questo mondo ermetico.

Una prova ne è Raffaele Scolari, svizzero di origine e tedesco di adozione poiché ha svolto gli studi filosofici in Germania e l’attività di docente e giornalista oltre ad essere l’autore del libro “Catastrofi e cambiamenti climatici: sette riflessioni su pensiero e rappresentazioni del disastro tecno-naturale”.

La moderatrice dell’incontro, la docente Rita Messori, interpella il relatore chiedendo che funzione ha la narrazione in questo campo: “Innanzitutto bisogna affermare che senza la narrazione non c’è rapporto con il tempo anche se essa lo scandisce – risponde Scolari chiarendo il concetto – il tema comune delle sette riflessioni contenute nel libro è il tema della narrazione e qui bisogna chiarire due concetti ben distinti: catastrofe e disastro. Il primo è in prospettiva di avverarsi mentre il secondo è già avvenuto. In questo caso il disastro è l’assenza di narrazione o l’incapacità di narrarsi nel futuro e nel presente e questo è un tema ricorre nel libro”.

Alla domanda della moderatrice perché nel libro il concetto di utopia venga utilizzato da parte dell’autore in maniera critica, il filosofo risponde: “L’utopia non ha una buona stampa oggi. Gli utopisti nella migliore delle ipotesi sono ritenuti degli illusi e nella peggiore dei criminali. Oggi è difficile proporre una buona utopia. Penso che si possa recuperare il tema dell’utopia in termini di utopia concreta ovvero agire nel piccolo ma avendo in mente qualcosa di ampio, cioè quando tante utopie vengono connesse e trasformate in movimento” e con un un sorriso amaro conclude “come realizzarlo in concreto è difficile ma non è compito del filosofo deciderlo”.

In conclusione dell’incontro viene chiarita quale sia la relazione tra tempo e la nostra responsabilità: siamo su un treno che sta per cadere giù per un burrone o siamo ancora in tempo per salvarci?

Siamo già oltre perché i meccanismi che abbiamo innescato avranno delle ricadute tra migliaia di anni. La difficoltà è che ci sono due tempi diversi – asserisce l’autore del libro – noi viviamo in un tempi storico in cui si raccontano storie, queste sono fatte da storie che vengono narrate e rinarrate; poi c’è il tempo profondo del tempo geologico che è lunghissimo. Il problema è che ora questi due tempi interagiscono, anzi è meglio dire che il tempo profondo irrompe nel tempo storico e di fatto potrebbe annullare l’altro ma questo vorrebbe dire annullare la società perché questa esiste se crea la propria storia e i tempi storici” ed in conclusione lascia una velata speranza “Non escludo, però, che le lucciole possano lampeggiare veramente all’unisono”.

Nella foto: Rita Messori e Raffaele Scolari autore del libro

Giulia Berni