Strumenti per la rigenerazione urbana e sociale

La nostra amata Italia è da sempre definita nell’immaginario collettivo mondiale come “Il bel paese”, perché detiene più del 60% del patrimonio artistico mondiale. Ormai da secoli però, l’Italia tende ad applicare un’azione conservativa delle strutture, che a lungo andare rimangono vuote e non usate. La costruzione di una infrastruttura resistente e la promozione di una innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile è il nono punto dell’Agenda ONU 2030, oggetto predominante della discussione su gli “Strumenti per la rigenerazione urbana e sociale”.

Da alcuni decenni è possibile far rivivere una seconda vita a molte strutture dismesse o abbandonate, grazie ad una serie di iniziative ed esperienze che lo rendono possibile. Luca Baraldi esperto di progettazione culturale e posizionamento politico, intervenuto all’incontro mette in evidenza l’intenzione delle politiche e delle agende internazionali, nel voler umanizzare le politiche delle gestioni infrastrutturali, attraverso la tutela del patrimonio culturale come risorsa condivisa. Prende come esempio i recenti progetti che mirano alla tutela degli “Ecosistemi culturali”, per fare in modo che ampliando la prospettiva di scambio con gli altri paesi, possiamo dunque renderci responsabili del nostro patrimonio verso l’umanità intera.

Ad una simile concezione si riallaccia l’esperimento dell’architetto argentino Daniel Gonzalez, che attraverso le sue opere di “Architettura effimera”, cerca di rianimare gli stabili, seppur per un breve periodo di tempo, e farli di conseguenza rientrare nella quotidianità delle persone che li hanno vissuti. Nel 2016 la sua idea di architettura effimera si è materializzata su una fabbrica dismessa in Svizzera, che per anni ha scandito la vita della comunità locale, che ha vissuto in simbiosi con essa. Gonzalez tiene a precisare che la sua opera «ha permesso ai cittadini di quell’area di superare, anche a distanza di anni, il trauma conseguito dalla sua chiusura, permettendo così di farla rivivere in modo singolare una seconda volta».

Al pari di Gonzalez anche Paolo Giandebiaggi, docente di Architettura all’Università di Parma, si occupa di rigenerazione e recupero infrastrutturale. La sua idea si condensa nella triade USO-DISUSO-RIUSO, non a caso è il nome di una sua campagna del 2012 di sensibilizzazione sul tema. Dal suo punto di vista l’infrastruttura al pari di una di una comune bottiglia di plastica può essere riciclata. Anche perché con la corrente tecnologia odierna siamo in grado di evitare l’abbattimento, l’atto più violento ed estremo che una costruzione possa subire. Si può e si deve rigenerare uno stabile senza però snaturarlo attraverso una consona valutazione della trasformabilità dell’edificio.

D’oltreoceano proviene invece l’esperienza della “Rural school” del West Alabama. Questo è un dipartimento di architettura che coinvolge in primis gli studenti del 3° e del 5° anno, che si cimentano in progetti di architettura sostenibile per almeno due anni. La scuola tende a lavorare sinergicamente con la comunità locale, condividendone gli interessi ed il raggiungimento di obbiettivi comuni tesi alla valorizzazione e rivalutazione del territorio.

A queste esperienze se ne aggiungono altre attraverso iniziative di volontariato e in molti casi autofinanziate. L’Associazione Artieri, promuove e porta avanti la costruzione di spazi all’interno degli ambienti carcerari così come l’associazione Planimetrie culturali sostiene dei progetti autofinanziati di rigenerazione urbana. Direttamente dalla Francia invece l’esperienza dei giovani di Vergers urbains, e dei loro giardini comuni (nella foto mentre illustrano l’esperienza).

Questa è la dimostrazione di come l’infrastruttura può perpetuare il proprio ciclo vitale, adottando una progettazione lungimirante e una grande dose di creatività.

Salvatore Cappabianca