La sostenibilità: chiave di uno sviluppo responsabile

Il principio di sostenibilità è uno dei pilastri fondamentali del diritto ambientale internazionale. Eppure l’applicazione di tale principio stenta a divenire realtà. Proprio alla luce di questo, l’incontro ‘La sostenibilità: chiave di uno sviluppo responsabile’ si presenta come un tentativo per fare chiarezza, analizzando come costituzionalismo e sostenibilità interagiscono sia nel panorama italiano quanto in quello europeo. A partecipare al dibattito ci sono la moderatrice Stefania Pedrabissi, il docente di diritto Antonio D’Aloia, il docente di economia agraria Filippo Arfini e i due avvocati Gabriele Farri e Matteo Sollini.

Parlare di sostenibilità significa, prima di tutto, parlare di futuro. Secondo la definizione data dal Rapporto Brundtland del 1987, lo sviluppo sostenibile è “quello sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere le possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Il professore D’Aloia, parafrasando Kant, presenta la sostenibilità come atto responsabile della generazione anteriore; se nel giro di pochi anni non avverrà un cambiamento, sarà la generazione futura a non godere del mondo per colpa dei predecessori. In quest’ottica il legislatore diventa l’uomo del futuro, colui che rifiuta l’individualismo e il presentismo di questi giorni per preservare l’esistenza stessa del pianeta Terra.

Ad oggi, solo 54 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite contengono nella loro Costituzione riferimenti al principio di sostenibilità. Nel panorama europeo, l’Italia appare alfiere dello sviluppo sostenibile, soprattutto per quanto riguarda il settore agroalimentare e primario. Nell’ art. 33 della nostra Costituzione, compare il diritto alla difesa e alla tutela del paesaggio, tra cui quello agrario. Quest’ultimo rappresenta per Arfini la perfetta metafora della sostenibilità: “il paesaggio dipende dall’ambiente, ma va gestito dall’uomo”. Solo tramite la cura e la preservazione del territorio, l’uomo può soddisfare i suoi bisogni primari. In primis la possibilità di accedere al cibo.

Il dibattito sul concetto di alimentazione è cambiato nel tempo: negli ultimi 20 anni infatti è nata la consapevolezza che per ridurre la fame del mondo, non basta dare ai bisognosi del cibo. Bisogna guardare anche al tipo di cibo che gli si dà. Una persona che mangia cibo scadente, non sviluppa la salute psicofisica necessaria per poter avere una buona qualità di vita; figuriamoci riuscire a ragionare sui piani da attuare per il raggiungimento dei SDG’s. Per questo i vari target vanno raggiunti in modo contemporaneo e trasversale: problematiche quali povertà, cattiva educazione e cambiamento climatico sono spesso collegati tra loro.

L’abbattimento della fame mondiale è il secondo goal dell’Agenda 2030. Al momento, circa 1 miliardo di persone muoiono di fame. Accanto a questi numeri spaventosi, continua ad aumentare il costo annuo globale dello spreco alimentare. Nel 2017 il costo ha superato i 1,7 trilioni di dollari. Numeri del genere, scherza bonariamente l’avvocato Soldini, sembrano più uscire dalla bocca di Paperon de Paperoni che apparire come numeri reali. Eppure è così: lo spreco alimentare oltre ad avere un costo altissimo, produce ogni anno circa l’8% delle emissioni globali di gas serra; in Italia, lo spreco per famiglia era di circa 145 kg a famiglia. Almeno fino a due anni fa.

Il 2016 per Italia è l’anno di svolta. Nel gennaio viene promulgata la legge 166, che prevede la possibilità di recuperare gli scarti alimentari attraverso reti non commerciali di donazioni. Anche la Francia ha varato una simile legge. Con una grossa differenza: l’ordinamento francese prevede l’obbligatorietà di questo riciclo tra enti commerciali e enti no-profit di rivendita; qualora gli enti commerciali non indicassero le entità a cui fanno beneficenza, il supermercato prenderebbe una salata sanzione. In Italia tale obbligatorietà non è prevista. Il che si traduce tristemente in un ‘fatta la regola trovato l’inganno’: piuttosto che regalare il cibo ai più bisognosi le aziende agroalimentari preferiscono produrre utili, vendendo il cibo invenduto alle aziende di biofuel: la fermentazione dei rifiuti è uno dei tanti modi per produrre energia rinnovabile.

Parlare di sostenibilità significa parlare anche di rinunce, a volte di tipo economico. Ma il livellamento auspicato dall’ Agenda 2030 non deve essere letto come una parafrasi al contrario della figura di Robin Hood: l’idea non è quella di togliere al ricco per dare al povero. Il livellamento è verso l’alto: se tutti riusciamo a nutrirci e a formarci in modo completo, ci saranno più persone capaci di risolvere le problematiche complesse che affliggono il nostro pianeta. La sostenibilità non è la soluzione bensì, come ricorda Alfieri,“un processo, un puzzle autogestito. Sta a noi avere il comportamento opportuno”.

In foto: da sinistra Matteo Sollini, Gabriele Farri, Filippo Arfini, Stefania Pedrabissi, Antonio D’Aloia.

Gloria Falorni