Made in Italy & sviluppo sostenibile: una sintesi generativa vincente

Green economy, tradizione e consumi come punto di partenza nel connubio tra Made in Italy e sostenibilità. Attorno a questi concetti si è discusso del rapporto tra Made in Italy e sostenibilità con un approfondimento e riflessione polifonica, ascoltando voci di protagonisti di casi concreti, il cui scopo è l’esplorazione delle connessioni tra i fattori distintivi della tradizione italiana e gli “Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030”. Un rapporto che necessariamente deve diventare “un dialogo, una combinazione”, come spiega Samir de Chadarevian, moderatore dell’incontro che ha visto la partecipazione di un ampio parterre di relatori, in quest’ordine nella foto:

Valeria Brambilla, industry leader Life Sciences and Healthcare, Davide Bollati, presidente Davines, Cesare Azzali, direttore Unione Parmense degli Industriali, Samir de Chadarevian,  Gist Initiatives, Fabio Brescacin, presidente EcorNaturaSi, Filippo Di Gregorio, economista senior Centro Studi Confindustria, Teresa Gargiulo, economista Centro Studi Confindustria,  Ferdinando Pastore, dirigente area beni industriali ICE,  Giovanni Zucchi, vicepresidente Oleificio Zucchi. Erano presenti anche Michele Scannavini, presidente ICE e  Mario Cerutti, chief sustainability officer per Lavazza, in videoconferenza. Nell’impossibilità di riportare tutti gli interventi ne focalizziamo alcuni.

Su qualità e bellezza l’Italia può giocare fortemente, perché siamo la patria del ‘bello e ben fatto’ – spiega Gargiulo -. Con questo punto di forza entriamo nel piano del sostenibile con una marcia in più”. Secondo lo studio prodotto dal Centro Studi Confindustria, le carte che il nostro Paese può giocarsi sono tre: un territorio inteso come paesaggio che ispira e che si distingue sia nella promozione che nel marketing; un patrimonio culturale che vale come attrazione turistica e che trasforma la bellezza in materia prima; e infine gli imprenditori che rivestono il ruolo di attori di questo sviluppo. “Abbiamo bisogno di consapevolezza diffusa perché questi tre assi funzionino. Il binomio cultura-sostenibilità è importante per il Made in Italy e dobbiamo ancora approfondirlo molto”, conclude l’economista Gargiulo.

Per seguire il punto 17 dell’Agenda 2030, quello relativo alle partnership, bisogna soffermarsi sul “rendere accessibile le conoscenze di quello che viene fato dai singoli soggetti che produco beni o forniscono servizi – spiega Azzali, Upi -. Ma è anche fondamentale ricostituire quel concetto di cultura che presuppone capacità di pensiero. Pensare sembra diventato estraneo al modo di essere e porsi delle persone, estraneo al mondo che ha trasferito sulla tecnologia tutta una serie di semplificazioni”. Il dialogo diventa così fondamentale per l’attuazione di questo connubio tra Made in Italy e sostenibilità. Quest’ultimo concetto allora deve essere riferito alla capacità delle imprese di agire in maniera rispettosa degli equilibri naturali ma anche comprensibili da coloro che vivono sul pianeta e quindi volenti o nolenti attori della questione.    

Il Made in Italy rappresenta l’essenza di chi in Italia vuole rimanere perché crede sia possibile questa unione di intenti tra tradizione e necessità di futuro. “Noi restiamo qui perché ci crediamo. Per crederci occorrono i numeri però – afferma Brambilla -. Sia l’italiano che lo straniero riconosce l’efficienza italiana e il suo primato in quattro campi: moda, alimentare, turismo e design, ma per mantenerlo dobbiamo rinnovarlo”. Un’innovazione a tutto tondo che non riguarda solo il prodotto ma anche il sistema di produzione.

C’è chi dei cambiamenti al sistema di produzione ha fatto la sua filosofia, come dice Bollati (Davines): “La sostenibilità è diventata cuore della strategia della nostra azienda. Oggi è tempo maturo per inserirlo al centro delle attività industriali, sociali e politiche. Il Festival infatti ha come primo pregio quello di fare consapevolezza sull’Agenda 2030”. I 17 goals, però, necessitano di una gerarchia nella quale Bollati vede al primo posto il concetto di green economy che riguarda trasporti, turismo, energia e molto altro. Quello che è mancato è anche un “approccio umanistico” alla problematica, che va aldilà del mero conto monetario. “Questo è il filone economico nuovo a cui consiglio di dedicarsi”, conclude Bollati.

Il cammino proposto all’Italia è un’utopia sostenibile, come la definisce Enrico Giovannini, fondatore dell’Asvis, un cammino verso un orizzonte che si sposta continuamente e ci spinge a camminare.  

Brescacin (Econaturasì) pone l’attenzione su un altro punto della sostenibilità mondiale che secondo lui non ha avuto l’importanza dovuta nelle pagine di giornale di questi giorni: l’overshooting day italiano quest’anno è stato il 24 maggio: “È stato il giorno in cui abbiamo consumato tutte le risorse che il pianeta è in grado di generare in un anno”. Da oggi in avanti stiamo spendendo energie che non si rinnoveranno. “Siamo bravi, siamo creativi, però siamo il terzo peggior Paese al mondo per sostenibilità ambientale – spiega Brescacin -. Il nostro livello culturale è una cultura del passato, grandiosa che tutti ci invidiano, il problema è la cultura del futuro. Pensiamo alla fertilità dei suoli, la stiamo perdendo drasticamente. Quando studiavo agronomia la pianura padana era invidiata da tutti, ora siamo in fase di desertificazione. Con l’agricoltura sostenibile, rigeneratrice, possiamo migliorare il nostro overshooting day ma ognuno ha un compito sociale nei confronti della terra, soprattutto i consumatori”.

La terra e l’ecologia diventano così punto di partenza per l’unione tra il patrimonio italiano e la cultura del Made in Italy con un progetto di sostenibilità. Un connubio possibile sempre ricordandoci che “terra e acqua si possono curare in grande, ma anche in piccolo ed è responsabilità di ognuno di noi. Non si può iniziare dando la colpa alla politica, ma siamo noi come cultura di popolo a dover dare la svolta”, conclude Brescacin.   

Giulia Moro