Artico: la battaglia del Grande Nord

C’è un epidemia di suicidi, siamo una generazione perduta. Non riusciamo a trovare spazio in questo mondo troppo complicato per noi. La popolazione indigena dell’Artico ha il più alto tasso di suicidi al mondo, in Groenlandia è una strage. In rapporto alla popolazione è come se in Italia ogni anno si togliessero la vita 60 mila persone. Non è per il buio come dicono molti o per l’alcool, che è una forma di suicidio anche quello, è la globalizzazione credimi, ci sentiamo inutili, siamo troppo inadeguati a quello che arriva da fuori” legge scandendo bene le parole il sociologo Sergio Manghi, moderatore dell’incontro presso la libreria Feltrinelli, occasione in cui si è presentato il libro di Marzio Mian “Artico: la battaglia per il Grande Nord”.

Un inchiesta giornalistica con “l’ambizione di una scrittura che possa essere accattivante” come dice Mian, frutto di numerose spedizioni compiute nell’Artico durante gli ultimi dieci anni per comprendere al meglio quello che sta accadendo in quel posto, così lontano dalla comune proiezione mentale che tutti abbiamo poiché come dice l’autore, frequentando l’Artico si è reso conto della sua inarrestabile trasformazione: Ho capito che le conseguenze del cambiamento climatico non erano solo climatiche ma sociali, politiche, economiche, naturali e culturali”.

Ho voluto dare spazio all’idea del Nord perché è il nostro destino: il pianeta è sempre più sovraffollato, le risorse diminuiscono, la parte temperata del mondo è la più colpita dal cambiamento climatico ed ecco che il Grande Nord, essendo così disabitato con condizioni climatiche sempre più favorevoli e con una ricchezza spropositata, diventa quindi un luogo che oggi va raccontato. C’è bisogno di raccontare quello che sta succedendo” asserisce Mian ponendo un monito anche alla sfera giornalistica che sembra vedere questa trasformazione globale proiettata in un futuro distante che non la riguarda. E invece lo riguarda (e ci riguarda) eccome: “Non viene raccontata la corsa alla militarizzazione nel Mare di Barents dove si concentrano, al confine con la Nato, 1.800 testate nucleari e 200 navi da guerra, dove la Nato sta organizzando uno scudo di difesa antimissile oltre ad aver costruito la più grande nave spia mai costruita prima”.

Il cuore della storia del libro è il destino che è già stato segnato per la Groenlandia: la civiltà degli Inuit (il principale gruppo di Eschimesi assieme agli Yupik ndr) riuscirà a rendersi indipendente dalla Danimarca, che ha segnato il suo passato con segregazioni e apartheid, ma solo vendendo le proprie miniere ad altre superpotenze.

È la Cina la maggior forza in campo nel Nord (assieme alla Russia, ndr), che già sta facendo sentire la sua massiccia presenza: “La Cina ha già detto che l’Artico sarà il suo frigorifero – asserisce Mian senza mostrare sconvolgimento – Sta per inaugurare la prima (e più grande) miniera di uranio a cielo aperto nel mondo oltre ad essere in fase di costruzione di tre aeroporti in Groenlandia; in più la rotta nord est è diventata la rotta cinese per il trasporto del gas liquido naturale ed ha investito nel maggior porto russo presente nell’Artico”.

La mesta considerazione del libro è che la Groenlandia ha un destino segnato: gli Inuit non hanno alternativa, loro stessi dicono che sono arrivati ad un punto tragico: “Il loro mondo sta scomparendo e per sopravvivere sono disposti a tutto”.

Ecco questi sono i due estremi – conclude l’autore del libro con una nota dolente – una civiltà che mette insieme consumismo, diritti per tutti e per gli animali che però non rispetta il diritto di queste popolazioni di essere anti-moderne ed essere sé stesse senza essere assimilate. Assimilazione è la parola d’ordine in questo contesto. Non c’è futuro per loro: la civiltà degli Inuit scomparirà”.

Giulia Berni