Il convitato di pietra dell’Agenda 2030: il fattore demografico

Nell’Aula dei Filosofi dell’Università di Parma si è tenuto levento Il convitato di pietra dell’Agenda 2030: il fattore demografico con l’intervento di Matteo Manfredini (in foto), docente di demografia presso l’ateneo cittadino.

Manfredini ha aperto citando recenti studi e proiezioni, in base ai quali l’Europa dovrà accogliere ogni anno tra uno e due milioni di immigrati. Da qui sorge spontanea una domanda: l’incremento della popolazione globale può creare una pressione sociale sostenibile? Il primo rilievo è sull’Agenda 2030, composta da 17 punti fra i quali la riduzione delle disuguaglianze e la riduzione della povertà e dell’impatto climatico, ma che non affronta la questione inerente il processo demografico. Detto questo Manfredini ha rapidamente pennellato l’andamento globale degli ultimi centocinquanta anni, ossia un arco di tempo in cui si è assistito ad una vera e propria rivoluzione demografica. Questo cambiamento comprende tre dimensioni: l’incremento della popolazione, l’aumento della longevità e la diminuzione della fecondità.

Squilibri profondi. Da un punto di vista complessivo demografico mondiale esistono enormi differenziali che sostengono la crescita della popolazione globale e sono questi squilibri profondi, che generano le tensioni sociali che oggi vediamo. Questi squilibri sono la causa primaria dell’insostenibilità nei paesi in via di sviluppo.

Essa è dovuta da un maggiore incremento della popolazione e da un minor uso di risorse rispetto ad un paese sviluppato con uno standard di vita più basso in diversi fattori come quello sanitario o igienico. Da un punto di vista demografico questo si traduce in una maggiore mortalità e una bassa aspettativa di vita. Allo stesso tempo il paese avrà una popolazione sostanzialmente giovane: avendo una prospettiva di vita limitata, in esso non si vive a sufficienza per invecchiare. Tutto questo porterà di conseguenza ad una fortissima emigrazione verso territori sviluppati.

Cosa succede nei paesi sviluppati? Nei paesi sviluppati avviene il contrario: si assiste ad una minore mortalità e al concetto negativo di “popolazione vecchia”. Questo non significa maggiore longevità ma prevalenza degli anziani sui giovani in ambito lavorativo che di conseguenza blocca l’accesso dei giovani nel mondo del lavoro. Una possibile soluzione è l’immigrazione, ovvero un meccanismo molto rapido per compensare l’invecchiamento che permette inoltre di dare un minimo di sostegno all’economia statale. Questo processo però comporta a sua volta aspetti negativi come tensioni sociali, alti costi di gestione e conflitti interni.

Un esempio può essere la competitività che si crea fra italiani e immigrati per ottenere un lavoro di manovalanza che non richiede un’educazione particolare.

Possibili soluzioni. Esiste quindi una soluzione? Secondo Manfredini i problemi sono troppo complessi per poter pensare di risolverli in poco tempo. Si tratta di una situazione abbastanza fuori controllo, tuttavia esistono alcuni possibili scenari utili per arginarla. Il docente ha elencato alcuni fattori come l’investimento nel capitale umano in un sistema economico che punti sulla tecnologia e sui servizi, l’invecchiamento attivo, l’incremento dell’attività sociale e l’aumento dell’educazione avanzata. Non sono la soluzione a tutti i problemi ma potrebbero fare parte di un processo in divenire attuabile da tutte le nuove generazioni.

Elisa Zini