Honey Factory per riavvicinare metropoli e natura

Una convivenza possibile e utile. Così Francesco Faccin, volto del goal 11 per il calendario Lavazza, ha raccontato all’ interno del Festival dello Sviluppo Sostenibile il suo ultimo lavoro: Honey Factory.

In foto: Francesco Faccin e Ludovica Ramella.

Il progetto nasce per caso nel 2014, quando il designer industriale Faccin si trova ad Haiti con una ong che si occupa anche di api. Da lì la scoperta: l’80% delle merci create dall’industria agroalimentare sono prodotte tramite impollinazione. Ma le api, i maggiori agenti responsabili dell’impollinazione mondiale, stanno scomparendo.

Da qui l’idea di creare un prodotto industriale dal duplice scopo. Il primo, che è quello più concreto, è quello di portare l’apicoltura in un ambiente urbano. Secondo e fondante proposito di tutto il lavoro è la ricerca di un rovesciamento di paradigma, per sensibilizzare e normalizzare il nostro rapporto con questi animali. Lo studio del designer si è quindi rivolto al tentativo di “portare le api in città, in modo che siano fruibili e visibili”.

La produzione di miele è per questo affiancata a momenti dedicati alla didattica, in cui apicoltori professionisti spiegano alle scolaresche come si produce il miele e perché la sopravvivenza di questa specie sia importante non solo per la sopravvivenza dell’industria mellifera, ma per l’intera produzione mondiale di cibo. Le lezioni vengono svolte in diretto contatto con questi insetti, senza alcun tipo di protezione. “La paura iniziale era tanta, ma in quattro anni nessuno è mai stato punto”, racconta Faccin, sottolineando come l’esperienza porti i più giovani a percepire come normale la presenza delle api in città.

La prima arnia, costruita artigianalmente a mo’ di ciminiera, è stata posta quattro anni fa a Milano, nel parco Sempione. Da allora le richieste di arnie sono cresciute in tutto il mondo: in Corea del Sud attualmente sono attive 20 “fabbriche” urbane del miele. La qualità del prodotto viene controllata rigorosamente. Tramite analisi è emerso che questo tipo di miele è molto al di sotto dei limiti normativi, grazie all’assenza di pesticidi. “Sembra assurdo ma il miele urbano è di gran lunga superiore a quello in commercio” racconta il designer, che mangia tranquillamente il miele di Seul, una delle città più sovraffollate (e inquinate) del mondo.

Ma il progetto Honey Factory abbraccia anche il mondo della ricerca. Da circa tre anni le api presenti nell’arnia del Sempione sono usate dal dipartimento di Veterinaria dell’Università di Milano per calcolare la presenza delle polveri sottili in città, che tendono a depositarsi sul pelo dell’ape. Ancora una volta, il designer ricorda come il progetto non sia un modo per salvare le api, ma un metodo per riconoscere e sfruttare al meglio un rapporto uomo-animale che già c’è, ma si tende ad ignorare ed esorcizzare.

I progetti di apicultura urbana stanno crescendo ma non bastano ad arginare le perdite dell’industria mellifera, che nel 2017 ha avuto la produzione peggiore degli ultimi cinquant’anni. Le api continuano a morire in tutto il globo, sia nelle aree urbanizzate che in quelle meno antropizzate. Le cause di questo fenomeno non sono state ancora ben identificate, ma potrebbero avere a che fare, oltre che con i pesticidi, con i campi elettromagnetici e con il sistema immunitario debole di questi insetti.

La possibilità che in una decina di anni non venga prodotto più miele ha spinto Faccin a creare la prima arnia, nell’idea che nel futuro, “per mangiare del miele che non costi 20 euro a barattolo, potremmo diventare tutti agricoltori”. Per quanto la produzione come dolcificante possa passare per una lavorazione locale, la creazione delle arnie deve guardare al mondo dell’industria. “Il problema è globale e richiede soluzioni globali. Un’opzione risolutiva è stata trovata qui in Italia, ma rimanere nel mondo dell’artigianato significa condannare l’intero progetto. Solo entrando nella produzione di massa, nell’industria, possono cambiare davvero le cose”.

Gloria Falorni