L’invasione della plastica nei mari

I capitani buoni che combattono contro i capitani cattivi. Così si presenta l’associazione Sea Sheperd, che dal 1977 è presente nei mari per salvaguardare flora e fauna, fermando attivamente chi inquina ed uccide le specie vulnerabili. Eugenio Fogli, veterinario e volontario dell’associazione da circa sei anni, interviene assieme all’associazione Parma Etica nell’evento “L’invasione della plastica e la tutela del mare: educazione, ricerca e azione diretta”. Per Fogli infatti “siamo talmente abituati a vedere la plastica in giro da non riuscire a percepire più il problema. Ma il problema c’è, e dobbiamo anche agire in fretta”.

Gli agglomerati di rifiuti presenti negli oceani sono attualmente talmente grandi che i media hanno iniziato a parlare di un sesto continente. L’isola di plastica più estesa sembra avere le stesse dimensioni del Canada. Questi scarti, prodotti in poco più di mezzo secolo, stanno distruggendo una biodiversità presente nei mari da tempo immemorabile. E il processo di produzione sembra non diminuire: ogni anno vengono riversate in mare circa 8 milioni di tonnellate di plastica.

Ma la plastica che invade le spiagge, o quella raggruppata in isole galleggiati, è solo la punta dell’iceberg: il danno maggiore è fatto dai rifiuti che tendiamo a non vedere, o perché invisibili ad occhio umano o perché troppo pesanti per affiorare a pelo d’acqua. Per Fogli “stiamo riempiendo il mare come se fosse un cestino, partendo dal fondo”: anche nelle fosse delle Marianne, a 10 mila metri di profondità, sono stati trovati dei rifiuti. L’altro pericolo è quello costituito dalle microplastiche, di cui ultimamente si sta parlando moltissimo nei media tradizionali. Questi micro elementi sono contenuti in oggetti quotidiani che possediamo, ma che non sappiamo essere nocivi per l’ambiente: cosmetici, dentifrici sbiancanti e vestiti contengono un elevato numero di microplastica, che attualmente nessun filtro riesce a trattenere; queste micro particelle dai nostri scarichi arrivano direttamente al mare.

Nel 2050 ci sarà più plastica che pesci nel mare. Ma questo fenomeno non riguarda solo l’ambiente marino. Anzi: l’inquinamento degli oceani ci tocca direttamente, influenzando la nostra stessa qualità di vita. La plastica infatti agisce come una spugna, assorbendo e veicolando tutti gli agenti pericolosi con cui viene in contatto. Se i pesci che mangiamo contengono frammenti e filamenti di plastica, non possiamo sapere quali saranno nel lungo periodo le conseguenze di tale esposizione. Per il volontario infatti “come per amianto e polveri sottili, le conseguenze si vedono solo nel tempo”. Ma una cosa è certa: non possiamo aspettare decadi per cambiare la situazione, solo perché non ne sappiamo il grado di gravità.

L’azione però non deve partire dal ripulimento dei mari ma nella terraferma. Dove il ciclo della plastica ha inizio. L’acqua è solo una parte della medaglia; anche la terra è piena di rifiuti, soprattutto nei terreni coltivabili. Scherzando sull’argomento, Fogli spiega come probabilmente neanche il vegetariano si salva dai filamenti di queste micro particelle.

Nonostante i dati preoccupanti, ognuno di noi può attivamente fare qualcosa per ridurre la mole spropositata di immondizia che ogni minuto arriva al mare. Basta comprare responsabilmente. Perché comprare è come votare e al giorno d’oggi abbiamo forse più potere come consumatori che come elettori. “Prodotti riciclabili e compostabili come bicchieri o posate monouso già esistono. Ma bisogna comprarli e richiederli perché le aziende cambino la loro produzione”, afferma il veterinario. Dei cambiamenti in tal senso ci sono già stati: Lidl da poco ha vietato la vendita nei propri supermercati di tutti i prodotti contenenti microplastiche.

Anche il mondo politico si è mosso per la salvaguardia del pianeta. L’amministrazione comunale delle Tremiti ha bandito l’uso delle posate di plastica sull’isola, in anticipo sulle decisioni dell’Unione Europea che metteranno al bando la plastica monouso. In attesa che la lenta macchina burocratica, si muova la nostra unica arma rimane il portafoglio. “Finché l’industria non creerà un’economia circolare, i costi dei prodotti bio saranno elevati”- ammette Fogli -“Ma se guardiamo al benessere nostro e della nostra comunità, capiremo che il prezzo pagato è decisamente inferiore ai danni che avremo nel futuro, non comprando responsabilmente”.

Gloria Falorni