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Neri Marcorè in “Agenda 2030”

Un reading musicale inedito, intitolato “Agenda 2030“, con riferimenti, citazioni e canzoni degli anni Settanta, intrecciati con la narrazione di episodi di riscatto sociale ed ecologico, per porre in luce come sia già tutto scritto: lo sprofondo in cui stiamo precipitando il pianeta e le contromisure positive che si possono innescare per migliorare la vita di tutti.

Neri Marcorè ha chiuso in bellezza il Festival dello Sviluppo Sostenibile di Parma, all’Auditorium Paganini, con un “incontro tra amici” come ha definito il reading alternato a canzoni, accompagnato dal chitarrista Domenico Mariorenzi, “una chiacchierata a partire da una domanda che si fanno tutti: come arriveremo al 2030, se si sfrutta il pianeta per tirare fuori tutto il succo che ha?

E la risposta, forse, è già nell’attacco con “Eppure il vento soffia ancora” di Pierangelo Bertoli, rinforzata a seguire da brani di Giorgio Gaber, Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De Andrè, artisti, intellettuali e profondi conoscitori del popolo italiano, amati da Marcorè che, subito, vola oltreoceano per raccontare l’operato di Mockus, filosofo e sindaco di Bogotà dal 1995 al 2003 che mutò radicalmente la capitale colombiana introducendo, tra i mille esempi, “i mimi agli incroci stradali e sciogliendo il corpo di polizia stradale” riducendo della metà i pedoni morti da incidenti. Altro esempio dal film “Il sale della Terra” su Sebastiao Salgado (prodotto dalla parmigiana Solares, ndr) il grande fotografo che, tornando a casa, fa rinascere la sua fazenda inaridita reimpiantando alberi nella Mata Atlantica.

Marcorè si risparmia la battuta facile, non strappa la risata e affina sapientemente il monologo in un sorriso, citando “Oceania” della Disney e il docufilm “Domani” di Cyril Dion, per introdursi ad un alto momento poetico con la lettura del discorso del capo indiano Seattle, rivolto al grande capo bianco, il presidente degli USA a metà Ottocento, che voleva acquistare le terre indiane e confinarli in riserve. La voce di Marcorè porta a immaginare “la cresta rocciosa, il verde dei prati, l’acqua scintillante che scorre nei fiumi, l’odore del vento” mentre “l’uomo bianco non sembra far caso all’aria che respira”. Da qui al “Fiume Sand Creek” il passo è breve, che poi conduce alla riflessione di “mettersi nei panni degli altri, specie in questo periodo che cerchiamo il capro espiatorio” e, per farlo comprendere, niente di meglio che “Il sogno in due tempi” di Gaber chiuso con causticità: “se uno chiede aiuto gli arriva una legnata sui denti”. Poi è un volo dalle miniere di coltan di “re telefonino” in Congo al Pasolini dei “beni superflui in quantità enorme che rendono superflua la vita”, al ricordare che nell’Oceano Pacifico galleggia un’isola di plastica grande due volte e mezzo l’Italia, alla “saggezza della lumaca” che non costruisce un guscio sempre più grande perché il peso da sostenere la porterebbe alla morte, fino alla proposizione della sua originale “favola degli uomini del Duemila” nella quale dopo che il Polo si squagliò rimane solo una razza superiore, i topi. Dal fortunato tour “Quello che non ho” si allunga cantando nuovamente De Andrè.

C’è ancora tempo per un profetico Pasolini “la tv si è unita alla scuola in un’opera di diseducazione della gente, finirà che l’Italia non potrà essere governata”, “Infatti!” chiosa con ironia Marcorè prima di salutare con un calembour che mescola testi e musiche de “Il ragazzo della via Gluck” con “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”.

Intervista a Neri Marcorè, sullo spettacolo Agenda 2030, evento di chiusura del Festival Sviluppo Sostenibile di Parma.

Neri Marcorè, come nasce l’idea di questo reading?

“È una serie di riflessioni da condividere prendendo spunto da Gaber, De Andrè, Pasolini, Salgado. Partire dall’arte per parlare di ambiente e allargare il discorso alla cultura dell’esistenza. Credo non ci possa essere ecologia se non si parte dall’umanesimo, se non si parte dal rispetto reciproco tra persone, tra popoli. Soltanto facendole insieme, le cose, riusciremo a salvare il pianeta senza considerarci cittadini di serie A e serie B”.

Pasolini, Gaber sono un po’ dimenticati. Come mai la scelta di proporli?

“No, sono relativamente dimenticati. Ogni tanto si rievocano con grande piacere del pubblico. Ho fatto uno spettacolo dieci anni fa su Gaber; recentemente mettendo insieme Pasolini e De Andrè. Vedo che c’è voglia di ripescare un messaggio di corposità in quest’epoca evanescente di cose superficiali. E poi la capacità di parlare di archetipi legati all’animo umano, cosa ci corrompe, i pregiudizi con cui guardiamo alla realtà circostante. C’è chi li sa leggere anche adesso, ma non è un peccato ricordare questi personaggi. Sono dei punti di riferimento”.

La citazione di Salgado ne “Il sale della Terra” è un segno di speranza.

“Tutto quello che è cura e rispetto porta a un risultato. Ci sono tantissimi esempi in tutto il mondo. Ad esempio vi è un supermercato in Olanda che non fa utilizzo di plastica. Sono atteggiamenti virtuosi da fare insieme, che permettono di vedere l’ecologia come fonte di ricchezza”.

A proposito di ricchezza, è stato un momento di poesia alto, la lettura del discorso del capo indiano Seattle.

“È un po’ l’emblema dell’uomo che vive sulla Terra, pensando che non è la Terra che appartiene all’uomo ma l’uomo che appartiene alla Terra. Forse è impossibile coniugare quel messaggio con la vita quotidiana odierna, dove i fiori che profumano l’aria bisogna andarseli a cercare. Averli presenti questi riferimenti sono importanti, i valori sono quelli. C’era molta saggezza e noi non sempre siamo disponibili ad ascoltare il grillo parlante: come novelli Pinocchio ci fa più piacere divertirci, sfruttare le possibilità fino in fondo, pensando che poi ci regoleremo, pensiamo sempre di avere uno strumento per potercela cavare ma non credo sia così, magari rischiamo di accorgercene troppo tardi”.

Francesco Dradi

foto di Giulia Berni

L’invasione della plastica nei mari

I capitani buoni che combattono contro i capitani cattivi. Così si presenta l’associazione Sea Sheperd, che dal 1977 è presente nei mari per salvaguardare flora e fauna, fermando attivamente chi inquina ed uccide le specie vulnerabili. Eugenio Fogli, veterinario e volontario dell’associazione da circa sei anni, interviene assieme all’associazione Parma Etica nell’evento “L’invasione della plastica e la tutela del mare: educazione, ricerca e azione diretta”. Per Fogli infatti “siamo talmente abituati a vedere la plastica in giro da non riuscire a percepire più il problema. Ma il problema c’è, e dobbiamo anche agire in fretta”.

Gli agglomerati di rifiuti presenti negli oceani sono attualmente talmente grandi che i media hanno iniziato a parlare di un sesto continente. L’isola di plastica più estesa sembra avere le stesse dimensioni del Canada. Questi scarti, prodotti in poco più di mezzo secolo, stanno distruggendo una biodiversità presente nei mari da tempo immemorabile. E il processo di produzione sembra non diminuire: ogni anno vengono riversate in mare circa 8 milioni di tonnellate di plastica.

Ma la plastica che invade le spiagge, o quella raggruppata in isole galleggiati, è solo la punta dell’iceberg: il danno maggiore è fatto dai rifiuti che tendiamo a non vedere, o perché invisibili ad occhio umano o perché troppo pesanti per affiorare a pelo d’acqua. Per Fogli “stiamo riempiendo il mare come se fosse un cestino, partendo dal fondo”: anche nelle fosse delle Marianne, a 10 mila metri di profondità, sono stati trovati dei rifiuti. L’altro pericolo è quello costituito dalle microplastiche, di cui ultimamente si sta parlando moltissimo nei media tradizionali. Questi micro elementi sono contenuti in oggetti quotidiani che possediamo, ma che non sappiamo essere nocivi per l’ambiente: cosmetici, dentifrici sbiancanti e vestiti contengono un elevato numero di microplastica, che attualmente nessun filtro riesce a trattenere; queste micro particelle dai nostri scarichi arrivano direttamente al mare.

Nel 2050 ci sarà più plastica che pesci nel mare. Ma questo fenomeno non riguarda solo l’ambiente marino. Anzi: l’inquinamento degli oceani ci tocca direttamente, influenzando la nostra stessa qualità di vita. La plastica infatti agisce come una spugna, assorbendo e veicolando tutti gli agenti pericolosi con cui viene in contatto. Se i pesci che mangiamo contengono frammenti e filamenti di plastica, non possiamo sapere quali saranno nel lungo periodo le conseguenze di tale esposizione. Per il volontario infatti “come per amianto e polveri sottili, le conseguenze si vedono solo nel tempo”. Ma una cosa è certa: non possiamo aspettare decadi per cambiare la situazione, solo perché non ne sappiamo il grado di gravità.

L’azione però non deve partire dal ripulimento dei mari ma nella terraferma. Dove il ciclo della plastica ha inizio. L’acqua è solo una parte della medaglia; anche la terra è piena di rifiuti, soprattutto nei terreni coltivabili. Scherzando sull’argomento, Fogli spiega come probabilmente neanche il vegetariano si salva dai filamenti di queste micro particelle.

Nonostante i dati preoccupanti, ognuno di noi può attivamente fare qualcosa per ridurre la mole spropositata di immondizia che ogni minuto arriva al mare. Basta comprare responsabilmente. Perché comprare è come votare e al giorno d’oggi abbiamo forse più potere come consumatori che come elettori. “Prodotti riciclabili e compostabili come bicchieri o posate monouso già esistono. Ma bisogna comprarli e richiederli perché le aziende cambino la loro produzione”, afferma il veterinario. Dei cambiamenti in tal senso ci sono già stati: Lidl da poco ha vietato la vendita nei propri supermercati di tutti i prodotti contenenti microplastiche.

Anche il mondo politico si è mosso per la salvaguardia del pianeta. L’amministrazione comunale delle Tremiti ha bandito l’uso delle posate di plastica sull’isola, in anticipo sulle decisioni dell’Unione Europea che metteranno al bando la plastica monouso. In attesa che la lenta macchina burocratica, si muova la nostra unica arma rimane il portafoglio. “Finché l’industria non creerà un’economia circolare, i costi dei prodotti bio saranno elevati”- ammette Fogli -“Ma se guardiamo al benessere nostro e della nostra comunità, capiremo che il prezzo pagato è decisamente inferiore ai danni che avremo nel futuro, non comprando responsabilmente”.

Gloria Falorni

Picasso food forest, seconda fase

Nell’area verde di Via De Chirico, si è inaugurata la seconda parte del progetto Picasso Food Forest. L’evento, curato da Fruttorti Parma ha visto la partecipazione dei Vergers Urbains di Parigi, degli assessori comunali Michele Alinovi, Tiziana Benassi e Nicoletta Paci oltre che di amici e abitanti dei dintorni.

L’obiettivo. A cinque anni dalla sua nascita, è stata creata un’area verde pubblica nella quale sono stati piantati centinaia di alberi e arbusti da frutta a disposizione di tutti i cittadini.

L’obiettivo è dare al quartiere spazi verdi utilizzabili dalla comunità con particolare attenzione alla produzione di cibo sano e gratuito per tutti, l’aumento della biodiversità nelle aree verdi degli spazi urbani, e alla creazione di relazione di quartiere, buon vicinato e reciproco aiuto.

I cittadini coinvolti nel progetto sono impegnati nella cura del quartiere, collaborano con associazioni, svolgono attività didattiche nelle scuole ed organizzano eventi ludici e formazione sui temi della sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

La Picasso Food Forest è un esempio di sperimentazione urbana a Parma ed è probabilmente la prima a livello nazionaleSi tratta di un parco pubblico autofinanziato e gestito da cittadini nel quale le piante oltre ad essere a scopo decorativo, forniscono prodotti sani e gratuiti.

Al suo interno sono presenti più di cento specie e varietà diverse di piante, molte rare, antiche o in estinzione oltre a decine di alberi ed arbusti da frutto e piante erbacee.

Progetto sociale. L’iniziativa vuole dare a tutti la possibilità di riappropriarsi della capacità e del piacere di prendersi cura della propria città, della propria vita e di quella delle altre persone, del bene comune e del pianeta, in unottica di mutualità, solidarietà ed inclusione sociale e culturale in un momento in cui la crisi dei grandi sistemi e l’incertezza sembrano farla da padroni.

«Non è un progetto agronomico ma un progetto sociale» spiega l’organizzatrice Francesca Riolo «vogliamo creare un punto di aggregazione. Prima di questo progetto mancava un’idea di quartiere poiché la zona del Lubiana S. Lazzaro è composta principalmente da caseggiati con pochi spazi aggregativi. Grazie a questo progetto, la popolazione locale ha cominciato ad uscire e incontrarsi». Grazie al riconoscimento ottenuto tramite il bilancio partecipato del Comune di Parma la Food Forest si è dotata di tavoli e panchine, bacheche informative e di una palestra all’aperto. In questa occasione sono state inaugurate le diverse aree di coltivazione come “gli orti dal mondo” e “l’orto dei semplici”.

«Siamo molto contenti dei risultati ottenuti, si vuole proseguire su questa logica – spiega l’assessore Benassi – questa area verde è un perfetto esempio di sviluppo sostenibile che non si limita solo all’aspetto sociale ma implica anche aspetti economici e ambientali».

Iniziative svolte. Nata sul finire del 2012, l’associazione Fruttorti vuole essere uno dei tanti tasselli necessari al grande cambiamento culturale sviluppando un nuovo modello sociale non solo più equo, sobrio e rispettoso del sistema naturale di cui siamo parte, ma anche caratterizzato da una maggiore qualità della vita e maggiore benessere morale e fisico. Le iniziative svolte nel corso della mattinata si sono rifatte a principi ecologici e biologici che ispirandosi ai sistemi naturali, vogliono progettare e creare insediamenti umani sostenibili. Fra questi la piantumazione di vari frutti di bosco oltre all’allestimento di laboratori per bambini e adulti e alla degustazione di prodotti coltivati nella Food Forest.

Elisa Zini

Artico: la battaglia del Grande Nord

C’è un epidemia di suicidi, siamo una generazione perduta. Non riusciamo a trovare spazio in questo mondo troppo complicato per noi. La popolazione indigena dell’Artico ha il più alto tasso di suicidi al mondo, in Groenlandia è una strage. In rapporto alla popolazione è come se in Italia ogni anno si togliessero la vita 60 mila persone. Non è per il buio come dicono molti o per l’alcool, che è una forma di suicidio anche quello, è la globalizzazione credimi, ci sentiamo inutili, siamo troppo inadeguati a quello che arriva da fuori” legge scandendo bene le parole il sociologo Sergio Manghi, moderatore dell’incontro presso la libreria Feltrinelli, occasione in cui si è presentato il libro di Marzio Mian “Artico: la battaglia per il Grande Nord”.

Un inchiesta giornalistica con “l’ambizione di una scrittura che possa essere accattivante” come dice Mian, frutto di numerose spedizioni compiute nell’Artico durante gli ultimi dieci anni per comprendere al meglio quello che sta accadendo in quel posto, così lontano dalla comune proiezione mentale che tutti abbiamo poiché come dice l’autore, frequentando l’Artico si è reso conto della sua inarrestabile trasformazione: Ho capito che le conseguenze del cambiamento climatico non erano solo climatiche ma sociali, politiche, economiche, naturali e culturali”.

Ho voluto dare spazio all’idea del Nord perché è il nostro destino: il pianeta è sempre più sovraffollato, le risorse diminuiscono, la parte temperata del mondo è la più colpita dal cambiamento climatico ed ecco che il Grande Nord, essendo così disabitato con condizioni climatiche sempre più favorevoli e con una ricchezza spropositata, diventa quindi un luogo che oggi va raccontato. C’è bisogno di raccontare quello che sta succedendo” asserisce Mian ponendo un monito anche alla sfera giornalistica che sembra vedere questa trasformazione globale proiettata in un futuro distante che non la riguarda. E invece lo riguarda (e ci riguarda) eccome: “Non viene raccontata la corsa alla militarizzazione nel Mare di Barents dove si concentrano, al confine con la Nato, 1.800 testate nucleari e 200 navi da guerra, dove la Nato sta organizzando uno scudo di difesa antimissile oltre ad aver costruito la più grande nave spia mai costruita prima”.

Il cuore della storia del libro è il destino che è già stato segnato per la Groenlandia: la civiltà degli Inuit (il principale gruppo di Eschimesi assieme agli Yupik ndr) riuscirà a rendersi indipendente dalla Danimarca, che ha segnato il suo passato con segregazioni e apartheid, ma solo vendendo le proprie miniere ad altre superpotenze.

È la Cina la maggior forza in campo nel Nord (assieme alla Russia, ndr), che già sta facendo sentire la sua massiccia presenza: “La Cina ha già detto che l’Artico sarà il suo frigorifero – asserisce Mian senza mostrare sconvolgimento – Sta per inaugurare la prima (e più grande) miniera di uranio a cielo aperto nel mondo oltre ad essere in fase di costruzione di tre aeroporti in Groenlandia; in più la rotta nord est è diventata la rotta cinese per il trasporto del gas liquido naturale ed ha investito nel maggior porto russo presente nell’Artico”.

La mesta considerazione del libro è che la Groenlandia ha un destino segnato: gli Inuit non hanno alternativa, loro stessi dicono che sono arrivati ad un punto tragico: “Il loro mondo sta scomparendo e per sopravvivere sono disposti a tutto”.

Ecco questi sono i due estremi – conclude l’autore del libro con una nota dolente – una civiltà che mette insieme consumismo, diritti per tutti e per gli animali che però non rispetta il diritto di queste popolazioni di essere anti-moderne ed essere sé stesse senza essere assimilate. Assimilazione è la parola d’ordine in questo contesto. Non c’è futuro per loro: la civiltà degli Inuit scomparirà”.

Giulia Berni

Il MAB Unesco per il “Po Grande”

Seduti intorno al tavolo nell’affascinante Biblioteca dell’Abbazia di San Giovanni hanno dialogato riguardo il “Progetto Mab Unesco per lo sviluppo sostenibile del territorio “Po Grande” i seguenti relatori: Alessio Picarelli, dirigente dell’Autorità di Bacino del fiume Po; Meuccio Berselli, segretario generale Autorità di Bacino del fiume Po; Lorenzo Frattini, presidente di Legambiente Emilia-Romagna con la moderazione di Pierluigi Viaroli, del Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e Sostenibilità Ambientale e di Francesco Puma, ex segretario generale Autorità di Bacino.

In foto: da sinistra Meuccio Berselli, Pierluigi Viaroli, Lorenzo Frattini, Francesco Puma, Alessio Picarelli.

Apre il discorso Viaroli chiarendo che: “La riserva è una grande opportunità di sviluppo, che comprende grandi porzioni di territorio dell’Emilia-Romagna e Lombardia, non bisogna dimenticare che questi sono luoghi di cultura. Pensate a Cremona, Parma, Bergamo, per citarne alcuni, sono luoghi che narrano parte della storia del nostro Paese”.

All’interno di questa proposta si mescolano insieme fattori di natura ecologica e aspetti di tradizione e di cultura locale come rimarcato da Puma: “Il progetto ha come obiettivi non più solo quelli della conservazione della biosfera ma della preservazione delle popolazioni che vivono in queste porzioni di terra dove sono riusciti a mettere in atto progetti di sostenibilità – e conclude, riferendosi alle parole di Viaroli – c’era un vuoto nella zona centrale del Po e così, in accordo con l’ufficio regionale dell’UNESCO, si è pensato di proporre la candidatura per la tutela di questo territorio chiamato Po Grande”.

Le parole chiave del progetto che vengono ripetute a più riprese dai relatori sono: tutelare, motivare, supportare. Come ha ricordato Picarelli la scommessa della riserva riguarda proprio le popolazioni che abitano queste zone e la loro capacità di convivere con l’ambiente senza comprometterlo, mantenendo vive le produzioni che l’hanno reso un territorio economicamente molto importante, oltre che a livello culturale: “La volontà è di preservare il fiume mantenendo il giusto rapporto con le popolazioni che nel tempo si sono insediate nel territorio”.

A seguire interviene Frattini riportando dati del 2016 dell’Arpae: “Ci sono obiettivi globali di sostenibilità che ci fanno porre una maggior attenzione in questo percorso del MAB: secondo i dati rilevati dall’Arpae nel 2016 ,nel 90% dei punti di campionamento in Emilia-Romagna nelle acque si trova almeno una volta un pesticida, ma si riscontrarono anche situazioni in cui si sono trovati 20 o 30 pesticidi differenti. Uno dei punti più inquinati nel 2016 era il territorio parmense. Questo dell’inquinamento è un tema molto caro agli operatori al lavoro di questo progetto”.

In conclusione sempre Frattini ricorda che: “Il percorso del Mab è positivo e non vuole essere un progetto che andiamo ad imporre in quelle zone ma c’è una forte consapevolezza anche dei cittadini di questi territori che deve partire da lì un percorso di sviluppo sostenibile”.

Giulia Berni

Honey Factory per riavvicinare metropoli e natura

Una convivenza possibile e utile. Così Francesco Faccin, volto del goal 11 per il calendario Lavazza, ha raccontato all’ interno del Festival dello Sviluppo Sostenibile il suo ultimo lavoro: Honey Factory.

In foto: Francesco Faccin e Ludovica Ramella.

Il progetto nasce per caso nel 2014, quando il designer industriale Faccin si trova ad Haiti con una ong che si occupa anche di api. Da lì la scoperta: l’80% delle merci create dall’industria agroalimentare sono prodotte tramite impollinazione. Ma le api, i maggiori agenti responsabili dell’impollinazione mondiale, stanno scomparendo.

Da qui l’idea di creare un prodotto industriale dal duplice scopo. Il primo, che è quello più concreto, è quello di portare l’apicoltura in un ambiente urbano. Secondo e fondante proposito di tutto il lavoro è la ricerca di un rovesciamento di paradigma, per sensibilizzare e normalizzare il nostro rapporto con questi animali. Lo studio del designer si è quindi rivolto al tentativo di “portare le api in città, in modo che siano fruibili e visibili”.

La produzione di miele è per questo affiancata a momenti dedicati alla didattica, in cui apicoltori professionisti spiegano alle scolaresche come si produce il miele e perché la sopravvivenza di questa specie sia importante non solo per la sopravvivenza dell’industria mellifera, ma per l’intera produzione mondiale di cibo. Le lezioni vengono svolte in diretto contatto con questi insetti, senza alcun tipo di protezione. “La paura iniziale era tanta, ma in quattro anni nessuno è mai stato punto”, racconta Faccin, sottolineando come l’esperienza porti i più giovani a percepire come normale la presenza delle api in città.

La prima arnia, costruita artigianalmente a mo’ di ciminiera, è stata posta quattro anni fa a Milano, nel parco Sempione. Da allora le richieste di arnie sono cresciute in tutto il mondo: in Corea del Sud attualmente sono attive 20 “fabbriche” urbane del miele. La qualità del prodotto viene controllata rigorosamente. Tramite analisi è emerso che questo tipo di miele è molto al di sotto dei limiti normativi, grazie all’assenza di pesticidi. “Sembra assurdo ma il miele urbano è di gran lunga superiore a quello in commercio” racconta il designer, che mangia tranquillamente il miele di Seul, una delle città più sovraffollate (e inquinate) del mondo.

Ma il progetto Honey Factory abbraccia anche il mondo della ricerca. Da circa tre anni le api presenti nell’arnia del Sempione sono usate dal dipartimento di Veterinaria dell’Università di Milano per calcolare la presenza delle polveri sottili in città, che tendono a depositarsi sul pelo dell’ape. Ancora una volta, il designer ricorda come il progetto non sia un modo per salvare le api, ma un metodo per riconoscere e sfruttare al meglio un rapporto uomo-animale che già c’è, ma si tende ad ignorare ed esorcizzare.

I progetti di apicultura urbana stanno crescendo ma non bastano ad arginare le perdite dell’industria mellifera, che nel 2017 ha avuto la produzione peggiore degli ultimi cinquant’anni. Le api continuano a morire in tutto il globo, sia nelle aree urbanizzate che in quelle meno antropizzate. Le cause di questo fenomeno non sono state ancora ben identificate, ma potrebbero avere a che fare, oltre che con i pesticidi, con i campi elettromagnetici e con il sistema immunitario debole di questi insetti.

La possibilità che in una decina di anni non venga prodotto più miele ha spinto Faccin a creare la prima arnia, nell’idea che nel futuro, “per mangiare del miele che non costi 20 euro a barattolo, potremmo diventare tutti agricoltori”. Per quanto la produzione come dolcificante possa passare per una lavorazione locale, la creazione delle arnie deve guardare al mondo dell’industria. “Il problema è globale e richiede soluzioni globali. Un’opzione risolutiva è stata trovata qui in Italia, ma rimanere nel mondo dell’artigianato significa condannare l’intero progetto. Solo entrando nella produzione di massa, nell’industria, possono cambiare davvero le cose”.

Gloria Falorni

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia

Mi rivolgo ai bambini perché più intelligenti”. Questa è la frase che meglio racchiude la mission di Lara Albanese, insegnante di fisica e scrittrice ma, soprattutto, una narratrice che racconta le scienze ai più piccoli. In uno degli eventi finali del Festival dello sviluppo sostenibile “Ci sono più cose in cielo e interra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”, Lara Albanese ha raccontato la sua “filosofia” nella libreria Feltrinelli volendolo fare esclusivamente nel settore dedicato ai bambini.

In foto: Lara Albanese e Alessio Malcevschi

Nelle sue narrazioni sceglie di rivolgersi ai bambini per mostrare loro come la scienza possa essere anche una cosa divertente; si rivolge a loro perché li ritiene più interessati e curiosi degli adulti. Basta pensare che questi ultimi, quando sentono parlare di costellazioni, si chiedono come queste possano influenzare le loro vite, quando in verità sono delle semplici illusioni. Questa è la prova della loro disattenzione.

Albanese, su input del coordinatore del Festival, Alessio Malcevschi, spiega che l’intelligenza dei bambini è una risorsa e che pertanto bisogna sfruttarla per introdurli ad argomenti complessi come quello della sostenibilità. Questo collima pienamente con uno dei tanti obbiettivi dell’Agenda 2030 che mira a rivolgersi principalmente alle generazioni future, parlando di come si può e si deve vivere per preservare il mondo oggi e negli anni a venire.

Gianni Rodari diceva:“Ai bambini piacciono le cose difficili”. Dello stesso avviso è Lara Albanese, in quanto i bambini, differentemente dagli adulti, adottano un ragionamento interdisciplinare ed una visione ben più ampia delle cose. Questa loro lungimiranza e apertura mentale è la predisposizione ideale per farli confrontare con argomenti molto complessi come quello della sostenibilità. Bisogna lasciarli liberi di muoversi nella complessità, supportarli e invitarli ad orientarsi nella conoscenza. Molto spesso gli adulti pensano che per parlare ai bambini bisogna esemplificare le cose, quando nella maggior parte dei casi non vi è alcun bisogno di farlo. Ciò dipende dal fatto che neppure gli adulti alle volte sanno spiegare le cose a loro stessi.

A proposito di ciò Malcevschi le chiede quale sia il migliore approccio per relazionarsi e comunicare con loro. Da vera divulgatrice Albanese risponde che “Non c’è un approccio che funzioni meglio degli altri, perché ognuno di noi fortunatamente ha un diverso modo di pensare e mettersi in relazione con le cose. Dunque possono essere adoperati diversi linguaggi oltre alla narrazione, l’importante è che la chiave di lettura utilizzata trasmetta la passione di chi racconta per ciò che racconta”. Anche dal punto di vista prettamente scolastico, secondo Albanese dovrebbero essere revisionati i metodi e gli approcci alle discipline, che in molti casi vengono delineate e confinate nelle nozioni e nelle formule. La didattica dovrebbe sfruttare il loro innato approccio interdisciplinare per connettere e mettere in relazione le differenti discipline, che sempre più spesso vengono presentate come entità finite. Ai bambini non si deve imporre la didattica come una cosa da fare meccanicamente, bensì come una cosa da utilizzare, da comprendere. Per lei la scienza intesa come disciplina è quella che riesce a veicolare i bambini verso una moltitudine di nuove esperienze ogni qual volta gli venga insegnato qualcosa di nuovo.

Nelle ultime battute dell’incontro, Lara Albanese annuncia di avere in cantiere altre tre iniziative: “Sto lavorando a tre libri che partono da altrettante nuove idee. Tra questi uno tratterà di stelle e un altro di formule in modo tale da poterne trasmettere il significato e la loro vera utilità ai bambini”. Di sicuro i bambini potranno apprezzare ciò che gli adulti non riescono a capire.

Salvatore Cappabianca

Rendere lo sviluppo sostenibile coerente con la sostenibilità

Vuoi sapere qual è il tuo singolo impatto sul pianeta? Puoi calcolare l’impronta ecologica grazie al sito www.footprintnetwork.org (solo in inglese, per ora) che ti restituirà il dato in base ai tuoi comportamenti quotidiani in alimentazione, trasporti, consumi.

L’indicazione è arrivata da David Lin, direttore scientifico del Global Footprint Network, moderato, e tradotto, da Francesca Riolo (Fruttorti) che ha presentato i risultati dello studio nel quale si comparano gli indici che dovrebbero indicare il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite con i dati di impronta ecologica. Dai quali si vede che i Paesi più impegnati nella sostenibilità sono, in realtà, i più insostenibili.

In foto: da sinistra David Lin e Francesca Riolo

Human economy is unsustainable”, l’economia umana è insostenibile, queste le prime parole di David Lin. Confrontando gli indici di sviluppo sostenibile con le impronte ecologiche emerge che la nostra economia non è sostenibile. Il modello economico che abbiamo adottato fino a questo momento, la strada che abbiamo intrapreso, non ci permette di proseguire ancora su questo cammino. Dobbiamo recuperare il nostro rapporto con la natura, dobbiamo sapere con precisione quanto abbiamo, in termini di risorse, e quanto consumiamo perché altrimenti ci stiamo comportando come se stessimo volando su un aereo senza sapere quanto carburante abbiamo nel serbatoio.

Per spiegare l’impatto che il nostro modello economico ha sulla Terra, viene presa ad esempio la situazione cinese. La Cina è stato un paese storicamente povero, ma dal 1970 è partito un processo di crescita che l’ha portata ad essere oggi una delle più importanti potenze economiche del mondo. Un evento straordinario certo, ma a quale prezzo?

Per definire la sostenibilità è necessario definire un contesto e il nostro contesto è il pianeta Terra. Se si consuma più energia rispetto a quanto ne venga prodotta, si crea un deficit e se produciamo più rifiuti rispetto a quanti la Terra ne possa assorbire, allora questi si accumulano. Siamo all’interno di una fase di overshoot: il nostro consumo è troppo elevato in base alle risorse disponibili.

Alcune nazioni nel mondo consumano più di quanto possano effettivamente permettersi e questo è possibile perché il commercio permette di comprare le risorse da altre nazioni. Sulla base di ciò si può dividere il mondo in quattro gruppi: esiste un 7% di paesi che riesce a integrare biocapacity, cioè la disponibilità a reperire risorse all’interno dei propri confini, e un’elevata disponibilità finanziaria; il secondo gruppo, costituito dal 15%, non possiede abbastanza risorse all’interno del suo territorio ma conta di una buona situazione finanziaria per far fronte a queste carenze; un 7% delle nazioni invece non ha la disponibilità economica necessaria per acquistare ma riesce sopravvivere grazie alle risorse presenti all’interno dei propri confini; infine il quarto ed ultimo gruppo, che consiste nel 71% delle nazioni, vive una situazione ancora più tragica: non ci sono soldi e nemmeno risorse dalle quali attingere.

Dalla comparazione tra i dati SDG e quelli di impronta ecologica emerge che le nazioni che hanno i migliori indici di sviluppo sostenibile sono anche quelle che hanno l’impronta ecologica più insostenibile. Questo paradosso dimostra che come sono intesi e misurati oggi gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile non garantiscono la sostenibilità ed è necessario quanto prima integrare i dati relativi alla disponibilità effettiva di risorse naturali.

In sostanza conosciamo i dati, la storia e la nostra situazione attuale, da dove dobbiamo partire per dare vita al cambiamento? Bisogna partire da noi, dal piccolo, perché tutti abbiano una parte attiva in questo processo. Davin Lin dice “Il cambiamento sta avvenendo, ma è compito di tutti provare velocizzarlo”.

Ilaria Cantoni

Il convitato di pietra dell’Agenda 2030: il fattore demografico

Nell’Aula dei Filosofi dell’Università di Parma si è tenuto levento Il convitato di pietra dell’Agenda 2030: il fattore demografico con l’intervento di Matteo Manfredini (in foto), docente di demografia presso l’ateneo cittadino.

Manfredini ha aperto citando recenti studi e proiezioni, in base ai quali l’Europa dovrà accogliere ogni anno tra uno e due milioni di immigrati. Da qui sorge spontanea una domanda: l’incremento della popolazione globale può creare una pressione sociale sostenibile? Il primo rilievo è sull’Agenda 2030, composta da 17 punti fra i quali la riduzione delle disuguaglianze e la riduzione della povertà e dell’impatto climatico, ma che non affronta la questione inerente il processo demografico. Detto questo Manfredini ha rapidamente pennellato l’andamento globale degli ultimi centocinquanta anni, ossia un arco di tempo in cui si è assistito ad una vera e propria rivoluzione demografica. Questo cambiamento comprende tre dimensioni: l’incremento della popolazione, l’aumento della longevità e la diminuzione della fecondità.

Squilibri profondi. Da un punto di vista complessivo demografico mondiale esistono enormi differenziali che sostengono la crescita della popolazione globale e sono questi squilibri profondi, che generano le tensioni sociali che oggi vediamo. Questi squilibri sono la causa primaria dell’insostenibilità nei paesi in via di sviluppo.

Essa è dovuta da un maggiore incremento della popolazione e da un minor uso di risorse rispetto ad un paese sviluppato con uno standard di vita più basso in diversi fattori come quello sanitario o igienico. Da un punto di vista demografico questo si traduce in una maggiore mortalità e una bassa aspettativa di vita. Allo stesso tempo il paese avrà una popolazione sostanzialmente giovane: avendo una prospettiva di vita limitata, in esso non si vive a sufficienza per invecchiare. Tutto questo porterà di conseguenza ad una fortissima emigrazione verso territori sviluppati.

Cosa succede nei paesi sviluppati? Nei paesi sviluppati avviene il contrario: si assiste ad una minore mortalità e al concetto negativo di “popolazione vecchia”. Questo non significa maggiore longevità ma prevalenza degli anziani sui giovani in ambito lavorativo che di conseguenza blocca l’accesso dei giovani nel mondo del lavoro. Una possibile soluzione è l’immigrazione, ovvero un meccanismo molto rapido per compensare l’invecchiamento che permette inoltre di dare un minimo di sostegno all’economia statale. Questo processo però comporta a sua volta aspetti negativi come tensioni sociali, alti costi di gestione e conflitti interni.

Un esempio può essere la competitività che si crea fra italiani e immigrati per ottenere un lavoro di manovalanza che non richiede un’educazione particolare.

Possibili soluzioni. Esiste quindi una soluzione? Secondo Manfredini i problemi sono troppo complessi per poter pensare di risolverli in poco tempo. Si tratta di una situazione abbastanza fuori controllo, tuttavia esistono alcuni possibili scenari utili per arginarla. Il docente ha elencato alcuni fattori come l’investimento nel capitale umano in un sistema economico che punti sulla tecnologia e sui servizi, l’invecchiamento attivo, l’incremento dell’attività sociale e l’aumento dell’educazione avanzata. Non sono la soluzione a tutti i problemi ma potrebbero fare parte di un processo in divenire attuabile da tutte le nuove generazioni.

Elisa Zini

Agenda 2030 e salute

Esistono sostanze, che l’uomo produce e ha inserito nell’ambiente, che sono ormoni artificiali in grado di intervenire con lo sviluppo dell’embrione umano e animale”, dice Stefano Parmigiani (in foto), docente presso il dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell’Università di Parma, per introdurre la conferenza “Agenda 2030 e salute”.

Ormoni e ghiandole sono estremamente importanti nel nostro organismo, consideriamo ad esempio che l’ipofisi controlla le attività di gonadi, tiroide e surrenali. Nello specifico diventano molto importanti durante lo sviluppo embrionale. I dati dimostrano la presenza nell’ambiente di fattori ormonalmente alteranti prodotti dall’uomo, e la cosa diventa pericolosa, non solo a livello fisiologico, ma comportamentale e metabolico. Basta una quantità piccolissima di sostanze alteranti per produrre un cambiamento. Per esempio è sufficiente che una madre mangi dei nanogrammi di queste sostanze, per alterare lo sviluppo embrionale del figlio. “Tutto ciò però non passa nell’opinione pubblica. Passa molto di più un livello di informazione ecologica per quanto riguarda i problemi attuali, che tralascia queste caratteristiche di alterazione a livello umano”, continua Parmigiani.

I geni decidono se diventerai maschio o femmina quando sei un embrione, ma l’ambiente ne regola lo sviluppo. Per questo motivo gli studi del fenomeno si basano sulla scienza definita epigenetica (branca della biologia molecolare che studia le mutazioni genetiche e la trasmissione di caratteri ereditari non attribuibili direttamente alla sequenza del DNA). Queste caratteristiche epigenetiche modificate dalle sostanze in questione, sono addirittura trasmesse di padre in figlio. Diventa così molto problematico dal punto di vista della salute.

Lo studio di queste sostanze, di uso frequente in agricoltura, ha rivelato le potenti capacità cancerogene e sono state allora regolate da questo punto di vista. Dove c’è inquinamento inizi a vedere anche a livello naturale distorsioni a livello riproduttivo e indagando risulta che queste sostanze modificate sono di interferenza endocrina. Ad esempio gli xenobiotici: sono composti con azione biologica ma non prodotti dall’organismo e ne troviamo esempi anche nel DDT. Ormai siamo pervasi sotto ogni punto di vista da queste sostanze.

Il calo degli spermatozoi è una chiara dimostrazione del fatto che queste disfunzioni ormonali hanno avuto un processo di sviluppo temporale, si vede dalle statistiche. Lo si è notato in primis nello studio dei coccodrilli: la temperatura di incubazione decide il genere del cucciolo e il cambiamento delle temperature ha fatto sì che, recentemente, i coccodrilli nascano tutti femmina in Florida.

Il diabete giovanile è un’altra delle malattie riscontrate in salita nel corso degli ultimi anni per cui la spiegazione “mangiamo di più” non è sufficiente – spiega il dottor Parmigiani -. Abbiamo sicuramente alterato lo sviluppo e messo in condizione l’organismo di avere un equilibrio diverso da quello delle generazioni precedenti”.

L’ovaio policistico è un altro esempio. Nella generazione precedente, tra le ragazze giovani, era una problematica quasi assente, mentre ora è salita esponenzialmente. Questo può essere legato anche alle alterazioni ormonali causate da queste sostanze che non sono tossiche nella loro accezione, ossia non fanno star male nell’immediato. Un certo livello ormonale assunto da adulto si accumula ma agisce relativamente, mentre se assumi queste sostanze in un periodo critico, quando sei vulnerabile, ossia embrione, o in gravidanza o nella fase di sviluppo, basta veramente poco per creare delle alterazioni. In un embrione è così facile per un ormone cambiare anche solo una cellula, un solo pezzettino di cervello, mettere a tacere geni a discapito di altri.

Conclude Parmigiani: “La crema solare me la metto o no? Se sono gravida interferisco con lo sviluppo del feto. Queste notizie non possono essere quasi divulgate perché metteremmo in crisi un sistema economico che si basa sul commercio di determinate sostanze. C’è necessità di una politica intelligente. Basti pensare che chi assume ormone della crescita e steroidi in quantità sbagliata per lo sviluppo del proprio corpo, si espone ad un rischio di vita che tocca il 30% dei soggetti”.

Giulia Moro