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Autocostruzione di una pala eolica

Due eventi del Festival dello Sviluppo Sostenibile si sono svolti presso il Liceo Bertolucci, con il coinvolgimento delle classi 5^B e 5^C.

Il più coinvolgente ha visto un gruppo di studenti volontari cimentarsi nell’assemblaggio di una piccola pala eolica. L’evento coordinato da Francesco Fulvi ingegnere, docente del Liceo e da Giovanni Tedeschi, dell’Ordine degli Ingegneri, si è suddiviso in due momenti: in primo luogo sono stati presentati i componenti della pala da parte dal rappresentante dell’associazione Rete solare per l’Autocostruzione, l’ingegnere Bruno Tommasini, che ne ha spiegato il funzionamento; successivamente sono stati assemblati in una pala dal diametro di 1,5 m. La pala può funzionare anche in assenza di vento, con azionamento manuale e producendo energia che permette l’accensione, ad esempio, di una lampadina.

Crediamo sia molto importante coinvolgere gli studenti in esperienze di questo genere, come l’autocostruzione di una pala eolica – dichiara Giovanni Tedeschi – per promuovere lo studio dei giovani ma soprattutto la conoscenza di tecnologie appropriate e sostenibili”.

In precedenza due rappresentanti dell’associazione francese Rempart, Florence Durieux, delegata regionale di Rempart e Angéline Martin coordinatrice tecnica dei cantieri nell’Ile de France, hanno tenuto una conferenza sul tema dell’autorecupero dei monumenti urbani. L’associazione in Francia raggruppa 170 associazioni che, come spiega Fulvi, “si occupano di tutelare e recuperare il patrimonio storico attraverso il coinvolgimento dei cittadini, nella maggior parte giovani ma anche adulti e pensionati”.

Oltrefood Coop, il supermercato partecipativo

Oltrefood Coop, è il progetto di un supermercato partecipativo, tra i primi in Italia. Se tutto andrà bene, Parma, patria del buon cibo e Capitale della Cultura nel 2020 potrà sperimentare presto il modello della Food Coop.

L’idea di Food Coop nasce a New York nel 1973 e arriva in Europa a Parigi nel 2005, a Bruxelles nel 2017 fino a raggiungere Bologna e poi Parma. Lo scopo è quello di promuovere pratiche di cooperazione e consumo consapevole oltre a sostenere le produzioni del territorio circostante.

OltreFood vuole essere un luogo dove trovare prodotti di qualità ad un giusto prezzo per i consumatori e per i produttori, dove conoscere persone che condividono i vostri stessi valori e partecipare a presentazioni di libri ed eventi sul cibo.

Partecipando al bando lanciato nei mesi scorsi da Legacoop Emilia Ovest e Coopfond per la nascita di nuove cooperative, OltreFood ha ricevuto 15 mila euro a fondo perduto, utili per perfezionare la strategia di azione futura che prevede di partire in uno dei quartieri popolari dove si respira multiculturalità e ricchezza storica: l’Oltretorrente.

Una Food Coop è un negozio insolito: è un punto vendita a gestione cooperativa nel quale solo i soci possono fare la spesa, e nel quale tutti loro devono contribuire al lavoro del negozio per 3 ore al mese. I prodotti messi in vendita sono scelti durante l’assemblea dei soci e sostengono le realtà del territorio. Lo scopo quindi è garantire prodotti a km zero ad un prezzo più alto rispetto a quelli di un brand della grande distribuzione ma minore dei prodotti che si trovano in negozi biologici.

«Noi vogliamo pensare che i prezzi saranno equi, e quindi corrisponderanno al lavoro che vi sta dietro e risponderanno alle attese di chi li sceglie» ha detto Andrea Zini, uno dei fautori del progetto. Oltre ad essere un esperimento di supermercato partecipativo, si tratta anche di un’esperienza di innovazione sociale. Ad oggi i soci sono circa una decina. L’obiettivo è raccogliere più di 100 soci. Questo numero consentirà di aprire un negozio di piccole dimensioni e forse “di passaggio”, che probabilmente non sarà aperto tutti i giorni e non avrà tutti i prodotti, ma sperimenterà un meccanismo di autogestione.

La presentazione di Oltrefood si è tenuta al Modulo Eco: una casetta frutto di un progetto di Manifattura Urbana costruito da volontari come strumento di divulgazione e didattica su temi della sostenibilità economica, sociale e ambientale. I materiali utilizzati per la costruzione sono naturali e a basso impatto ambientale come la terra cruda, la canapa e il legno e il tinteggio applicato La qualità dell’aria al suo interno è garantita dalla presenza di un sistema di ventilazione meccanica controllata. La costruzione si trova nel Parco Testoni in via Mordacci è stata fortemente voluta dal quartiere Crocetta ed è guidato dal Centro Giovani Esprit insieme ad ANSPI Crocetta e al gruppo informale “Amici di Davide e Andrea” con il supporto del Comune di Parma.

Elisa Zini

Agenda 2030 e Enciclica Laudato si’, una convergenza da affinare

Ognuno deve fare la propria parte nella custodia della casa comune” dice monsignor Pietro Ferri, presidente del Centro Etica Ambientale, nel dialogare con Matteo Mascia, Fondazione Lanza Padova, riguardo le convergenze tra il testo dell’Agenda 2030 e l’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco, incontro svolto nella Biblioteca dell’Abbazia di San Giovanni.

Ogni stato, ogni organizzazione nazionale, le Chiese e tutte le regioni devono collaborare insieme – asserisce mons. Ferri – perché oggi più che mai è necessario un impegno comune in ordine al futuro della terra”.

Matteo Mascia nel porre a confronto i due testi, quello dell’Agenda 2030 e l’Enciclica di Papa Francesco, riprende il discorso iniziato precedentemente da mons. Ferri: “Sia l’enciclica che l’Agenda 2030 evidenziano la crisi attuale ma anche le grandi opportunità di questo momento. Questo può generare un cambiamento che può portare ad un miglioramento della situazione attuale” mentre mons. Ferri pone un severo monito: “Se non si collabora insieme, tuttavia, si può arrivare alla fine di tutto. La situazione che stiamo vivendo non è delle migliori con il surriscaldamento, l’inquinamento e le altre calamità, e quindi oggi più che mai dobbiamo lavorare insieme per la salvaguardia della casa comune”.

Prosegue nella sua analisi Mascia: “Ho individuato alcuni elementi caratteristici che evidenziano elementi convergenti dell’enciclica, che è un documento ministeriale del Papa, che introduce il tema dell’ecologia integrata e che propone una lettura nuova della realtà. Papa Francesco dice che bisogna partire dalle persone vulnerabili e fragili e tra queste c’è anche la Madre Terra di cui dobbiamo aver cura”.

“Casa comune”, “ecologia integrata” o, anche, “approccio integrale” sono i concetti fondamentali e portanti della Laudato si’, in cui per la prima ci si riferisce al mondo in cui tutti viviamo e di cui dobbiamo avere cura “basta guardare con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune” mentre per approccio integrale si intende una visione in cui non si scinde la crisi sociale da quella ambientale.

Si legge infatti nel testo del Laudato si’: “La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale (n.13)”.

Nel Laudato Si’ – dice mons. Ferri alla domanda del perché alcune materie come la letteratura si sono tenute distanti dall’affrontare queste tematiche – Papa Francesco, loda la scienza, la tecnica, i romanzi, la letteratura perché tutti devono lavorare su questi temi ma dice anche che è sbagliato dare delle risposte puramente tecniche, demandare alla tecnocrazia non è giusto, se manca la partecipazione dei singoli, della società non si risolverà il problema. Da qui la necessità che gli scrittori, chi studia etica ed è nel ramo umanistico metta a disposizione delle scienze il proprio sapere per rispondere a questa crisi ecologica che stiamo vivendo”.

Conclude Mascia ricordando l’importanza che ha il Goal 17 (partnership per gli obiettivi) in comune con l’enciclica poiché: “Anche Papa Francesco sprona gli Stati a rispettare quanto contenuto nel testo dell’Agenda 2030 e a porre sanzioni a chi non rispetta il testo, poiché la responsabilità di tutti è sia presente che futura”.

Giulia Berni

Energia sostenibile e Agenda 2030

Sull’energia sostenibile e l’Agenda 2030 si è tenuto un interessante confronto tra Ferdinando De Maria, tra gli organizzatori del Festival dello Sviluppo Sostenibile di Parma, nonché consigliere comunale, e Michele Alinovi, assessore alle politiche di pianificazione e sviluppo del territorio e delle opere pubbliche del Comune di Parma.

I 17 sdg’s sono un obiettivo troppo ambizioso? Non è semplice dare una risposta alla domanda con cui si è aperto l’incontro. I goals nascono dalla necessità di riuscire a modificare le politiche mondiali attuate finora. Infatti, non si parla solo di tematiche ambientali ma anche di temi che hanno risvolti sociali e, in maniera molto diretta, anche politici. L’Agenda 2030 vuole puntare i riflettori su problemi che per molto tempo sono stati ignorati e anche se l’asticella sembra troppo alta per riuscire a saltarla, bisogna comunque allenarsi per riuscire a compiere questo salto.

Cambiare mentalità. “Gli obiettivi vogliono soprattutto trasmettere dei valori” queste le parole di Michele Alinovi quasi a sottolineare il fatto che non si tratta di un obiettivo di facciata ma di qualcosa in cui realmente si crede. È necessario insegnare, capire e condividere. Si stanno già effettuando notevoli sforzi, la cultura di base è scarsa e spesso le persone non sono informate, non sanno bene di cosa di tratta. Tutto viene inteso come un costo aggiuntivo o come una costrizione forzata. Sensibilizzare è fondamentale e il Festival dello Sviluppo Sostenibile è un ottimo punto di partenza.

La situazione a Parma. Entro 2019 tutti i nuovi edifici pubblici dovranno rispondere alla legge sul risparmio energetico e di conseguenza dovranno essere edifici a energia zero, cioè con un fabbisogno energetico basso o quasi nullo. Rispetto alla scala nazionale Parma si inserisce in un contesto positivo: sono già numerosi gli edifici che seguono queste normative e stanno partendo progetti per crearne altri, ad esempio a breve la scuola primaria Newton vedrà partire il cantiere. Questi edifici non solo hanno un impatto ambientale molto basso ma possono aiutare nella realizzazione del cosiddetto “comfort ambientale”. Apportare questi cambiamenti però è dispendioso, Parma da qualche anno risulta tra la più prestigiose città in quanto ad investimenti effettuati dal Comune verso uno sviluppo sostenibile. Il problema principale, che evidenzia Alinovi, risiede nel fatto che il governo non sostiene gli enti locali, bisogna che qualche aiuto arrivi anche dall’alto.

Nuove generazioni. Educare a scelte consapevoli e comportamenti virtuosi è fondamentale. De Maria, insegnante alle superiori, spiega la difficoltà che si incontra a far passare alcuni messaggi a ragazzi di 17/18 anni. È necessario partire prima, L’educazione dell’adulto può avvenire solo attraverso i bambini” queste le sue parole. I più piccoli possono insegnare tanto, soprattutto alla generazione delgi anni Ottanta, che sembra essere un po’ più esterna all’attenzione verso questi valori. “Qualcosa sta cambiando, le nuove generazioni sono molto più attive e responsabili sotto questo aspetto” commenta Alinovi, anche se ovviamente non si può mettere tutto nelle mani dei giovani. Questi saranno un punto chiave nella realizzazione del cambiamento ma dovrà essere un movimento trasversale, nella consapevolezza che ormai non c’è più tempo per rimandare e ignorare alcuni problemi.

Ilaria Cantoni

Progetto Agrivillaggio

L’agricoltore Giovanni Leoni ha illustrato in che modo possiamo rendere la nostra Terra più sostenibile, sforzandoci a pensare il mondo non più sotto l’aspetto prettamente economico ma anche sotto l’aspetto della sostenibilità ambientale. Lo scopo del suo Progetto Agrivillaggio è proprio cercare di dare una maggiore attenzione all’ambiente in modo da migliorare la qualità della vita dell’intera collettività, rappresenta quindi un modo alternativo di vedere il mondo.

«Noi siamo un popolo di inquinatori – afferma Leonic’è stata una campagna di stampa negli ultimi mesi che ci ha parlato di mari inquinati, ma prima di inquinare i mari sono inquinati i fiumi e l’ultimo rapporto Ispra ci dice che il 75 % delle acque superficiali sono inquinate da sostanze che si usano nel mondo agricolo e il 35 % delle acque sotterranee sono inquinate da sostanze che si usano nel mondo agricolo, queste sostanze che sono utilizzate in maniera separata, si mescolano nel terreno».

Ciò significa che il problema ambientale è talmente grande che non ne abbiamo neanche la consapevolezza e, per questo, occorre una visione alternativa del mondo in modo da rivoluzionare il nostro stile di vita. «Nel mondo c’è stata la rivoluzione agricola, poi la rivoluzione industriale ma adesso occorre riprogettare un nuovo modo di vivere sulla Terra». Secondo Leoni l’essere umano si è ammassato nelle città per fare cose che oggi si possono fare in maniera telematica e, quindi, non c’è più questa necessità di vivere nelle città.

Il “Progetto Agrivillaggio”, ideato nel 2004, consiste nel creare un quartiere agricolo alla periferia delle città con un occhio di riguardo sull’ambiente; un quartiere dove si ha tutto a disposizione: casa, animali da cortile, animali da pascolo ed ettari di terreno caratterizzati da 70 – 100 prodotti del territorio. Secondo Leoni infatti è indispensabile la varietà degli ortaggi perché «la monocoltura è insostenibile dal punto di vista ambientale, va contro la biodiversità ed è una vera follia anche sotto altri aspetti: non è concepibile pagare il pomodoro al supermercato 2,90 €/kg quando il prezzo dal produttore è circa 0,12 euro, quindi sono tutti scontenti meno quelli della Gdo».

L’agricoltura della filiera guarda solo all’aspetto economico e di produzione, nel “Progetto Agrivillaggio” invece la biodiversità e il chilometro zero sono due caratteristiche essenziali che consentono una migliore qualità dal punto di vista ambientale, migliore qualità della salute visto che il prodotto è fresco, ma anche un miglioramento dell’aspetto economico perché si paga solo il costo produttivo che di solito non è superiore ai 0,31 €/kg .

A Vicofertile (Parma) c’è l’idea concreta di questo progetto che prevede la costruzione di 52 case, con circa 180 abitanti, con 25 ettari di terreno pro capite. Si ipotizza di sfamare circa 1.700 persone e, appena partirà il progetto, chi vorrà potrà vivere all’interno dell’agrivillaggio per un mese in un periodo di prova.

Per Giovanni Leoni è fondamentale un’agricoltura di vicinato per avere un minore impatto sull’ambiente e per migliorare la qualità della vita evitando il più possibile gli spostamenti obbligati.

Carmine Albanese

Rifiutopoli, veleni e antidoti

Rifiutopoli è “il mondo di sotto, fatto degli scarti quotidiani prodotti dai nostri consumi e di chi si approfitta della nostra distrazione per trasformarli in un business, che avvelena per sempre la nostra salute”. “Rifiutopoli, veleni e antidoti” è il titolo della conferenza spettacolo messa in scena, nella splendida crociera dell’Ospedale Vecchio, dal giornalista Enrico Fontana (direttore del mensile La Nuova Ecologia e già coordinatore nazionale di Libera) e dal disegnatore Vito Baroncini che supporta graficamente la narrazione, grazie al suo talento e alla sua lavagna luminosa. Prodotta dalla Fondazione Cinemovel e patrocinata da Legambiente che l’ha proposta nel Festival dello Sviluppo Sostenibile.

Lo spettacolo racconta le storie di chi tutti i giorni deve fare i conti con le ecomafie e con i business correlati allo smaltimento abusivo. Il tessuto del racconto è un mosaico di esperienze vere intervallate emblematicamente dal ritratto della farfalla, uno dei pochi esseri viventi che trae nutrimento dalla putrefazione degli scarti organici.

Lo scenario italico maggiormente vessato dalle ecomafie è l’area campana che funge da centro di gravità della narrazione. Sin dagli anni Novanta l’entroterra napoletano e casertano è costellato di discariche a cielo aperto e di interi appezzamenti di terreno imbottiti di scorie che, nonostante ciò, vengono coltivati. Questa terra è comunemente chiamata “La terra dei fuochi”. Qui l’immondizia per anni ha avuto lo stesso valore dell’oro, come dirà Nunzio Perrella ai giudici durante il suo processo (Perrella è il primo pentito di ecomafie che ha scontato la sua pena e solo pochi mesi fa ha collaborato con la testata giornalistica partenopea Fanpage.it per smascherare i traffici di rifiuti tutt’oggi presenti, ndr).

La “terra dei fuochi” è da molti considerata come il luogo dove insieme ai rifiuti è stata abbandonata anche la dignità dei cittadini. Ma è anche la terra di Francesco Del Prete, un semplice venditore ambulante, che si è ribellato al pizzo imposto sui sacchetti di plastica. Fondatore del sindacato autonomo dei venditori ambulanti, Del Prete viene assassinato il giorno prima del processo nel quale avrebbe testimoniato. La sua lotta non è però terminata, a portarla avanti c’è il figlio, che è ripartito da quei sacchetti che hanno ammazzato il padre. Oggi li produce in maniera ecosostenibile grazie all’estrazione delle fibre di mais.

Rifiutopoli è anche la storia di Ilaria Alpi e del suo collega cameramen Miran Hrovatin, assassinati a Mogadiscio nel marzo del 1994, solo perché stavano portando alla luce la presenza di un traffico di rifiuti in una Somalia dilaniata dalla guerra civile. È la storia del comandante Natale De Grazia che negli anni Novanta indaga su sospetti affondamenti di navi contenenti rifiuti tossici e morto a causa di un malore che solo a distanza di anni si riterrà dovuto ad avvelenamento. È la storia di migliaia di bambini di tutto il mondo che quotidianamente rovistano nei rifiuti elettronici, per ricavare componenti da rivendere. È l’istantanea desolante che raffigura le migliaia di tonnellate riversate in mare, divenute ormai parte integrante della dieta dei pesci che le mangiano inconsapevolmente poiché mescolate con il plancton. Rifiutopoli è la storia di tutti coloro che hanno combattuto e combattono ancora contro smaltimento illecito dei rifiuti.

L’altra faccia di Rifiutopoli è quella di una Italia leader nel settore dell’economia circolare, che permette di creare nuovi modelli di business che integrano innovazione e sostenibilità come scelta strategica di competitività. È la storia di tante aziende che hanno incanalato la rabbia del vedere la loro terra vessata e stuprata nella creazione di filiere di riciclo leader in Europa e nel mondo.

A concludere lo spettacolo le parole di Fontana: “Se non ci raccontiamo la verità, anche se alle volte provoca angoscia, non reagiremo mai”. Il cambiamento parte dalle nostre scelte quotidiane, solo attuandole al meglio potremmo preservare il mondo e presentarlo nel migliore dei modi alle generazioni future. Ma soprattutto possiamo cambiare sentendoci tutti più leggeri come farfalle.

Salvatore Cappabianca

Amitav Ghosh e la grande cecità

Esiste la consapevolezza che il cambiamento climatico altro non è che il risultato che ha permesso all’Occidente di arricchirsi a scapito del resto del mondo” esordisce così Amitav Ghosh, celebre scrittore indiano che vive a New York, autore de “La grande cecità, il cambiamento climatico e l’impensabile”, intervenuto al Festival dello Sviluppo Sostenibile. L’incontro, al Palazzo del Governatore, è stato condotto da Diego Saglia, direttore del Dipartimento Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese culturali dell’Università di Parma e da Marina Forti, giornalista e collaboratrice di Internazionale.

Ghosh ha presentato sotto un inedito punto di vista il cambiamento climatico in corso: “Pensate che il Pentagono è il più grande consumatore di energia negli USA, un quinto del totale, e che nel mondo l’esercito americano mantiene vaste flotte di veicoli, navi, velivoli, molti dei quali consumano enormi quantità di combustibili fossili. Una portaerei consuma 6 mila litri di carburante all’ora quindi, queste navi, consumano al giorno tanto quanto un villaggio del Midwest americano”.

Solo per le operazioni militari in Medio Oriente gli Usa consumano 1 miliardo e mezzo di litri all’anno, che è più del consumo annuale del Bangladesh.

Inoltre – prosegue incalzante Ghosh – non si tengono in considerazione due fattori molto importanti: le emissioni dei rifiuti generati dal processo di costruzioni delle armi, navi, aerei né dell’espansione del settore degli appaltatori della difesa, o mercenari, la cui presenza sta crescendo rapidamente nel mondo”.

Portando esempi dal passato il letterato indiano spiega la connessione tra la crescita economica e l’uso dei combustibili fossili, applicate alle azioni di conquista. In altre parole: “La capacità di un paese di potenziare la propria forza militare è legata alla dimensione dell’impronta di carbonio e questo è così da quasi due secoli”.

A questo punto lo stesso relatore si pone una domanda: “È possibile che il cambiamento climatico stesso sia una ragione della crescente militarizzazione del mondo? – e si risponde celermente – A mio avviso sì. Il cambiamento climatico ha dimostrato l’insostenibilità dell’economia dei combustibili fossili e questi ultimi hanno rafforzato i poteri imperiali in relazione alle loro economie”.

Il riscaldamento globale racchiude e svela nudo e crudo un’altra importantissima faccia che non viene riportata al centro delle conferenze sul clima o dei documenti ufficiali e questo perché si tende ad affrontare il problema dal punto di vista economico e tecnologico ma, in realtà, Ghosh ci svela un altro lato: “Sono la questione del potere del dominio e il mantenimento del proprio status quo ad essere al centro del cambiamento climatico, la sostenibilità quindi non è solo una questione che può essere risolta con la tecnologia e con calcoli economici”.

I cambiamenti climatici, così interpretati, dimostrano che lo status quo non può durare e ciò che ci attende è un grande cambiamento nella distribuzione globale del potere con uno sconvolgimento tanto grande afferma Ghosh “quanto quello della rivoluzione industriale o meglio con una rivoluzione dei combustibili fossili”. Alla domanda chi saranno i vincitori e i perdenti nella nuova rivoluzione energetica lo scrittore risponde alzando gli occhi al cielo ma con fermezza: “Non lo sappiamo, ma coloro che hanno approfittato dello status quo sono coloro che hanno il massimo da perdere. Rimane da vedere se questo porterà a nuovi conflitti, tuttavia la dinamica non può essere affrontata da soluzioni tecnologiche ed economiche perché la questione centrale è il potere”.

Allora in conclusione sorge spontanea la domanda: e quale potrebbe essere la conseguenza a un rapido passaggio a fonti energetiche alternative?

Ghosh risponde riportando una casistica legata sempre ai combustibili fossili e alla loro importanza nella geopolitica internazionale: “Innanzitutto l’economia mondiale del petrolio è sempre stata sotto il controllo dell’Usa e dell’Inghilterra e per partecipare a questo teatro gli attori devono usare dollari oltre a spedire il petrolio attraverso colli di bottiglia che sono sotto il controllo degli Usa – prosegue – L’energia rinnovabile quindi potrebbe sconvolgere questo campo: l’energia solare, per esempio, non dovrebbe essere pagata in dollari né passare tramite i chokepoints e questo significherebbe che fonti di energia alternative potrebbe essere una minaccia per l’ordine mondiale”.

In conclusione lo scrittore riporta un’amara considerazione mentre sullo schermo compare il dipinto di Goya “Saturno che divora i suoi figli”: “In molte tradizioni religiose la figura dell’odio è il demonio e nella mitologia Indù si dice che il mondo finirà quando sarà consumato dai demoni. Bene, ora sappiamo chi sono i demoni: noi stessi”.

Giulia Berni

Che mondo sarebbe

Se per anni gli spot pubblicitari sono stati oggetto di veri e propri spettacoli(Carosello fra tutti); oggi lo sono ugualmente ma di spettacoli paradossali. A delucidare questa dinamica pubblicitaria è Cinzia Scaffidi, che con grande ironia tratta i paradossi della pubblicità del settore alimentare nel suo libro “Che mondo sarebbe”. Scaffidi lavora per Slow Food, movimento culturale internazionale, che opera in forma di associazione senza scopo di lucro, in Italia attiva dal 1986, è una docente universitaria e si occupa di formazione aziendale.

In foto: da sinistra Cinzia Scaffidi con Antonella Ferrari, responsabile Slow Food di Parma

Nelle prime battute dell’incontro definisce il suo libro “un coltello dalla triplice lama”. In primis che mondo sarebbe se l’umanità apparisse come la descrivono in pubblicità? In seconda istanza che mondo sarebbe se non fossimo neppure lontanamente somiglianti a come ci descrivono? Per finire che mondo di consumatori spensierati sarebbe se imparassimo a ridere delle rappresentazioni paradossali della pubblicità alimentare?

Nonostante l’avvento dei nuovi media e dei nuovi linguaggi, i canovacci e gli schemi adottati dalla pubblicità sono sempre i medesimi e sempre più convenzionali; accumunati tutti dalla volontà di idealizzazione del prodotto e del cliente che lo acquista.

Anche perché oggi comprare un prodotto della grande filiera industriale alimentare significa acquistare insieme ad esso tempo e libertà da dedicare a qualche altra attività. Ed acquistare del tempo in una società in moto perpetuo è il miglior assist per andare in gol nel mercato pubblicitario odierno. Ma l’acquisto di questo tempo tende a minare la nostra identità, quell’identità tradizionale che da sempre ha contraddistinto le nostre mamme nella preparazione della merenda e le nostre nonne nel pranzo della domenica. Veniamo così mutilati della nostra cultura alimentare che dovrebbe basarsi sul tempo da spendere per la selezione, la cura e l’elaborazione dei prodotti. Oggi la nostra identità alimentare ci viene imposta dal prodotto che mangiamo, una identità standardizzata, che ci permette di mangiare prodotti tipici a latitudini completamente opposte. Nell’immaginario collettivo comune molte volte si confonde la serialità del prodotto come garanzia di qualità, il che non è assolutamente vero. Il prodotto in primis quello naturale deve essere variegato ed unico, poiché queste sono le caratteristiche che una produzione deve avere per poter essere definita autentica.

L’altro aspetto evidenziato dall’esponente di Slow Food è la forte carica empatica che la pubblicità ha nei confronti del rapporto relazionale familiare. In alcune pubblicità in cui il soggetto familiare è protagonista, l’idea analiticamente ravvisabile dalla codifica del messaggio pubblicitario non è quella della qualità del cibo, bensì della sua funzionalità, nella tutela dei rapporti familiari. Quasi a volerci dire che il mancato acquisto del prodotto citato possa essere la causa della distruzione familiare. Da questo punto di vista la pubblicità sottopone gli utenti ad una serie di ricatti per lo più morali, adoperando stratagemmi ed attori comuni ed a tratti imbarazzanti. Oggi più che mai la figura dei bambini è sempre più centrale nelle réclame, anche perché intere produzioni si sono spostate su questo target, perché rispetto agli adulti prestano molta più attenzione e, con qualche manfrina, riescono a ricattare i loro genitori. Un altro stratagemma largamente abusato nella pubblicità è quello della guest star e dei cuochi stellati, questi ultimi resi noti dalle gare di cucina trasmesse dalla televisione. La loro presenza nelle rappresentazioni pubblicitarie cerca di confortare l’acquirente nel suo acquisto, ravvisando nella loro figura una sorta di garante della qualità del prodotto.

Per preservarci quotidianamente da tutto ciò Scaffidi dice che innanzitutto dobbiamo provare a riprenderci il nostro tempo nella selezione dei prodotti, in modo tale da riprenderci anche la nostra identità, di conseguenza dobbiamo iniziare a leggere le etichette perché “Più sai meglio vivi”; e ogni qual volta siamo al cospetto di una pubblicità bizzarra è meglio sdrammatizzarla con una bella risata.

Salvatore Cappabianca

La sostenibilità: chiave di uno sviluppo responsabile

Il principio di sostenibilità è uno dei pilastri fondamentali del diritto ambientale internazionale. Eppure l’applicazione di tale principio stenta a divenire realtà. Proprio alla luce di questo, l’incontro ‘La sostenibilità: chiave di uno sviluppo responsabile’ si presenta come un tentativo per fare chiarezza, analizzando come costituzionalismo e sostenibilità interagiscono sia nel panorama italiano quanto in quello europeo. A partecipare al dibattito ci sono la moderatrice Stefania Pedrabissi, il docente di diritto Antonio D’Aloia, il docente di economia agraria Filippo Arfini e i due avvocati Gabriele Farri e Matteo Sollini.

Parlare di sostenibilità significa, prima di tutto, parlare di futuro. Secondo la definizione data dal Rapporto Brundtland del 1987, lo sviluppo sostenibile è “quello sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere le possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Il professore D’Aloia, parafrasando Kant, presenta la sostenibilità come atto responsabile della generazione anteriore; se nel giro di pochi anni non avverrà un cambiamento, sarà la generazione futura a non godere del mondo per colpa dei predecessori. In quest’ottica il legislatore diventa l’uomo del futuro, colui che rifiuta l’individualismo e il presentismo di questi giorni per preservare l’esistenza stessa del pianeta Terra.

Ad oggi, solo 54 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite contengono nella loro Costituzione riferimenti al principio di sostenibilità. Nel panorama europeo, l’Italia appare alfiere dello sviluppo sostenibile, soprattutto per quanto riguarda il settore agroalimentare e primario. Nell’ art. 33 della nostra Costituzione, compare il diritto alla difesa e alla tutela del paesaggio, tra cui quello agrario. Quest’ultimo rappresenta per Arfini la perfetta metafora della sostenibilità: “il paesaggio dipende dall’ambiente, ma va gestito dall’uomo”. Solo tramite la cura e la preservazione del territorio, l’uomo può soddisfare i suoi bisogni primari. In primis la possibilità di accedere al cibo.

Il dibattito sul concetto di alimentazione è cambiato nel tempo: negli ultimi 20 anni infatti è nata la consapevolezza che per ridurre la fame del mondo, non basta dare ai bisognosi del cibo. Bisogna guardare anche al tipo di cibo che gli si dà. Una persona che mangia cibo scadente, non sviluppa la salute psicofisica necessaria per poter avere una buona qualità di vita; figuriamoci riuscire a ragionare sui piani da attuare per il raggiungimento dei SDG’s. Per questo i vari target vanno raggiunti in modo contemporaneo e trasversale: problematiche quali povertà, cattiva educazione e cambiamento climatico sono spesso collegati tra loro.

L’abbattimento della fame mondiale è il secondo goal dell’Agenda 2030. Al momento, circa 1 miliardo di persone muoiono di fame. Accanto a questi numeri spaventosi, continua ad aumentare il costo annuo globale dello spreco alimentare. Nel 2017 il costo ha superato i 1,7 trilioni di dollari. Numeri del genere, scherza bonariamente l’avvocato Soldini, sembrano più uscire dalla bocca di Paperon de Paperoni che apparire come numeri reali. Eppure è così: lo spreco alimentare oltre ad avere un costo altissimo, produce ogni anno circa l’8% delle emissioni globali di gas serra; in Italia, lo spreco per famiglia era di circa 145 kg a famiglia. Almeno fino a due anni fa.

Il 2016 per Italia è l’anno di svolta. Nel gennaio viene promulgata la legge 166, che prevede la possibilità di recuperare gli scarti alimentari attraverso reti non commerciali di donazioni. Anche la Francia ha varato una simile legge. Con una grossa differenza: l’ordinamento francese prevede l’obbligatorietà di questo riciclo tra enti commerciali e enti no-profit di rivendita; qualora gli enti commerciali non indicassero le entità a cui fanno beneficenza, il supermercato prenderebbe una salata sanzione. In Italia tale obbligatorietà non è prevista. Il che si traduce tristemente in un ‘fatta la regola trovato l’inganno’: piuttosto che regalare il cibo ai più bisognosi le aziende agroalimentari preferiscono produrre utili, vendendo il cibo invenduto alle aziende di biofuel: la fermentazione dei rifiuti è uno dei tanti modi per produrre energia rinnovabile.

Parlare di sostenibilità significa parlare anche di rinunce, a volte di tipo economico. Ma il livellamento auspicato dall’ Agenda 2030 non deve essere letto come una parafrasi al contrario della figura di Robin Hood: l’idea non è quella di togliere al ricco per dare al povero. Il livellamento è verso l’alto: se tutti riusciamo a nutrirci e a formarci in modo completo, ci saranno più persone capaci di risolvere le problematiche complesse che affliggono il nostro pianeta. La sostenibilità non è la soluzione bensì, come ricorda Alfieri,“un processo, un puzzle autogestito. Sta a noi avere il comportamento opportuno”.

In foto: da sinistra Matteo Sollini, Gabriele Farri, Filippo Arfini, Stefania Pedrabissi, Antonio D’Aloia.

Gloria Falorni

Regione Emilia-Romagna, imprese, terzo settore, associazioni e cittadini: innovatori responsabili in partnership per lo sviluppo dei territori

Sostenibilità fa rima con complessità e la complessità ci obbliga a cooperare” così il moderatore Loris Manicardi snocciola subito uno dei temi fondamentali affrontati durante l’evento: la necessità di creare partnership e collaborazioni efficaci.

Cooperare non è più un’opzione ma una necessità e ne sono convinti tutti i partecipanti a questa tavola rotonda tra cui troviamo: Kevin Bravi, presidenti Giovani Imprenditori Confindustria Emilia Romagna, Palma Costi, assessore regionale alle attività produttive, piano energetico, economia verde e ricostruzione post-sisma, Gianpiero Lotito, presidente di Facility Live, Filomena Maggino, coordinatrice ASviS e docente di Statistica Sociale all’Università Sapienza, Marco Melegari, laboratorio Imprese Emilia Ovest, Ettore Rocchi, Vice Presidente Iren, Rita Zelaschi, responsabile comunicazione e relazioni esterne gruppo Cedacri.

I dati. Filomena Maggino spiega le difficoltà che si affrontano nel monitorare un fenomeno sociale ed economico. I 17 Goal devono essere considerati come una modalità per focalizzare l’attenzione su alcuni temi che sono stati ritenuti critici in tutto il mondo. Nello specifico poi, per quantificare lo stato dello sviluppo sostenibile in un’area limitata è necessario sviluppare indicatori che siano adatti al contesto in cui sono inseriti. Dando un rapido sguardo a qualche analisi statistica è emerso che in Emilia-Romagna, per quanto riguarda il Goal 10, c’è stato un graduale aumento della povertà conclamata, iniziato verso l’anno 2008 e con un picco nel 2013. Una volta toccato l’apice il livello di povertà decresce costantemente. “Non è un caso che il picco sia intorno agli anni 2012/2013, perché quelli sono gli anni del sisma che ha scosso l’Emilia, un evento che ha creato un impoverimento immediato nella regione” questo il commento di Palma Costi alla vista dei dati.

Partnership. Bisogna collaborare per creare il cambiamento. Si potranno avere dei risultati concreti solo se tutti saremo attori in vista di un fine collettivo, e il termine attore non è casuale perché prevede un impegno attivo sulla scena. Attivarsi, condividere e sperimentare. Ecco le tre parole chiave per tentare di far capire che sostenibilità non è sinonimo di un costo aggiuntivo. La sostenibilità è un valore, un valore che va insegnato, che richiede tempo e determinazione ma che sul lungo periodo restituisce grande soddisfazioni. Collaborare per aiutare i più giovani, per difendere la diversità, per garantire i diritti di tutti, per creare comunità, per aiutare il sociale per innovare (e innovarsi). I presenti a questa tavola rotonda hanno condiviso le proprie esperienze: dal finanziamento di start up innovative al recupero pasti in mensa, dai sistemi di smart working fino al sostegno di realtà che agiscono già in maniera sostenibile.

Prospettive future. “Non abbiamo un solo futuro ma tante possibilità” queste le parole conclusive della professoressa Maggino. Saper descrivere un territorio nel tempo non ha alcun senso se poi non riusciamo a proiettarlo nel futuro, che non è unico in quanto esistono diversi scenari sulla base delle nostre possibili scelte. Questa è la sfida principale: essere consapevoli che tutto ciò che facciamo oggi avrà una conseguenza diretta sul domani.

Ilaria Cantoni