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Il progetto di giardino condiviso e food forest al Campus

Nel podere della Cascina Ambolana, sede del Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e Sostenibilità Ambietale, si è svolto l’incontro del progetto di giardino condiviso e Food Forest al Campus dell’Università di Parma.

Ad aprire l’incontro è stato il professore Pierluigi Viaroli, che ha sottolineato quanto sia importante il tema delle infrastrutture verdi che: “riqualificano i luoghi dove i cittadini vivono; questo progetto è stato presentato nel novembre 2017 e si sono subito individuate le potenzialità di questo intervento in cui rientrano i tre concetti chiave: sostenibilità, ambiente e società”.

La parola passa poi a Francesca Riolo (Fruttorti), coordinatrice dell’evento assieme a Giulia d’Ambrosio (Manifattura Urbana) e Marta Andrei (Parma Sostenibile), che spiega l’obiettivo di questo progetto: “Desideriamo portare all’interno del Campus questa iniziativa in modo tale da creare spazi partecipati dove docenti e studenti possano dar vita a una serie di progettualità scientifiche, divulgative e laboratoriali nell’ambito della sostenibilità ambientale”.

L’idea copia quanto è già stato avviato da parte dell’associazione Fruttorti presso la Picasso Food Forest (in via Marconi): un area verde pubblica nella quale sono stati piantati centinaia di alberi e arbusti da frutta, imitando gli ecosistemi naturali, a disposizione dei cittadini. “Lo scopo – conclude Rioloè quello non solo di creare degli spazi verdi in città ma di sviluppare un senso di comunità, far rinascere relazioni di quartiere, stimolare la conoscenza della natura e trarne beneficio ambientale e mentale”.

Dopo la teoria in aula i presenti si sono recati all’esterno a “sporcarsi le mani” costruendo delle vasche in cui piantare le prime piante e erbe aromatiche, traducendo in pratica il senso sociale, ambientale e sostenibile del progetto.

Made in Italy & sviluppo sostenibile: una sintesi generativa vincente

Green economy, tradizione e consumi come punto di partenza nel connubio tra Made in Italy e sostenibilità. Attorno a questi concetti si è discusso del rapporto tra Made in Italy e sostenibilità con un approfondimento e riflessione polifonica, ascoltando voci di protagonisti di casi concreti, il cui scopo è l’esplorazione delle connessioni tra i fattori distintivi della tradizione italiana e gli “Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030”. Un rapporto che necessariamente deve diventare “un dialogo, una combinazione”, come spiega Samir de Chadarevian, moderatore dell’incontro che ha visto la partecipazione di un ampio parterre di relatori, in quest’ordine nella foto:

Valeria Brambilla, industry leader Life Sciences and Healthcare, Davide Bollati, presidente Davines, Cesare Azzali, direttore Unione Parmense degli Industriali, Samir de Chadarevian,  Gist Initiatives, Fabio Brescacin, presidente EcorNaturaSi, Filippo Di Gregorio, economista senior Centro Studi Confindustria, Teresa Gargiulo, economista Centro Studi Confindustria,  Ferdinando Pastore, dirigente area beni industriali ICE,  Giovanni Zucchi, vicepresidente Oleificio Zucchi. Erano presenti anche Michele Scannavini, presidente ICE e  Mario Cerutti, chief sustainability officer per Lavazza, in videoconferenza. Nell’impossibilità di riportare tutti gli interventi ne focalizziamo alcuni.

Su qualità e bellezza l’Italia può giocare fortemente, perché siamo la patria del ‘bello e ben fatto’ – spiega Gargiulo -. Con questo punto di forza entriamo nel piano del sostenibile con una marcia in più”. Secondo lo studio prodotto dal Centro Studi Confindustria, le carte che il nostro Paese può giocarsi sono tre: un territorio inteso come paesaggio che ispira e che si distingue sia nella promozione che nel marketing; un patrimonio culturale che vale come attrazione turistica e che trasforma la bellezza in materia prima; e infine gli imprenditori che rivestono il ruolo di attori di questo sviluppo. “Abbiamo bisogno di consapevolezza diffusa perché questi tre assi funzionino. Il binomio cultura-sostenibilità è importante per il Made in Italy e dobbiamo ancora approfondirlo molto”, conclude l’economista Gargiulo.

Per seguire il punto 17 dell’Agenda 2030, quello relativo alle partnership, bisogna soffermarsi sul “rendere accessibile le conoscenze di quello che viene fato dai singoli soggetti che produco beni o forniscono servizi – spiega Azzali, Upi -. Ma è anche fondamentale ricostituire quel concetto di cultura che presuppone capacità di pensiero. Pensare sembra diventato estraneo al modo di essere e porsi delle persone, estraneo al mondo che ha trasferito sulla tecnologia tutta una serie di semplificazioni”. Il dialogo diventa così fondamentale per l’attuazione di questo connubio tra Made in Italy e sostenibilità. Quest’ultimo concetto allora deve essere riferito alla capacità delle imprese di agire in maniera rispettosa degli equilibri naturali ma anche comprensibili da coloro che vivono sul pianeta e quindi volenti o nolenti attori della questione.    

Il Made in Italy rappresenta l’essenza di chi in Italia vuole rimanere perché crede sia possibile questa unione di intenti tra tradizione e necessità di futuro. “Noi restiamo qui perché ci crediamo. Per crederci occorrono i numeri però – afferma Brambilla -. Sia l’italiano che lo straniero riconosce l’efficienza italiana e il suo primato in quattro campi: moda, alimentare, turismo e design, ma per mantenerlo dobbiamo rinnovarlo”. Un’innovazione a tutto tondo che non riguarda solo il prodotto ma anche il sistema di produzione.

C’è chi dei cambiamenti al sistema di produzione ha fatto la sua filosofia, come dice Bollati (Davines): “La sostenibilità è diventata cuore della strategia della nostra azienda. Oggi è tempo maturo per inserirlo al centro delle attività industriali, sociali e politiche. Il Festival infatti ha come primo pregio quello di fare consapevolezza sull’Agenda 2030”. I 17 goals, però, necessitano di una gerarchia nella quale Bollati vede al primo posto il concetto di green economy che riguarda trasporti, turismo, energia e molto altro. Quello che è mancato è anche un “approccio umanistico” alla problematica, che va aldilà del mero conto monetario. “Questo è il filone economico nuovo a cui consiglio di dedicarsi”, conclude Bollati.

Il cammino proposto all’Italia è un’utopia sostenibile, come la definisce Enrico Giovannini, fondatore dell’Asvis, un cammino verso un orizzonte che si sposta continuamente e ci spinge a camminare.  

Brescacin (Econaturasì) pone l’attenzione su un altro punto della sostenibilità mondiale che secondo lui non ha avuto l’importanza dovuta nelle pagine di giornale di questi giorni: l’overshooting day italiano quest’anno è stato il 24 maggio: “È stato il giorno in cui abbiamo consumato tutte le risorse che il pianeta è in grado di generare in un anno”. Da oggi in avanti stiamo spendendo energie che non si rinnoveranno. “Siamo bravi, siamo creativi, però siamo il terzo peggior Paese al mondo per sostenibilità ambientale – spiega Brescacin -. Il nostro livello culturale è una cultura del passato, grandiosa che tutti ci invidiano, il problema è la cultura del futuro. Pensiamo alla fertilità dei suoli, la stiamo perdendo drasticamente. Quando studiavo agronomia la pianura padana era invidiata da tutti, ora siamo in fase di desertificazione. Con l’agricoltura sostenibile, rigeneratrice, possiamo migliorare il nostro overshooting day ma ognuno ha un compito sociale nei confronti della terra, soprattutto i consumatori”.

La terra e l’ecologia diventano così punto di partenza per l’unione tra il patrimonio italiano e la cultura del Made in Italy con un progetto di sostenibilità. Un connubio possibile sempre ricordandoci che “terra e acqua si possono curare in grande, ma anche in piccolo ed è responsabilità di ognuno di noi. Non si può iniziare dando la colpa alla politica, ma siamo noi come cultura di popolo a dover dare la svolta”, conclude Brescacin.   

Giulia Moro

Buona occupazione e sviluppo sostenibile: quali interrelazioni?

Si è svolto al Palazzo del Governatore l’evento “Buona occupazione e sviluppo sostenibile: quali interrelazioni? Condivisione di casi concreti e best practices” che vedeva la presenza di varie aziende e imprenditori attivi sul territorio che hanno condiviso le loro esperienze innovative nella direzione dello sviluppo sostenibile.

Nella foto: da sinistra, Michele Fasano, Mariuccia Teroni, Maria Paola Chiesi, Silvia Dallai, Francesco Vella, Dario Cusani, Fausto Ferretti, Samir de Chadarevian.

Curatore dell’evento è Samir de Chadarevian e insieme lui, per moderare i vari interventi, era presente il docente di Diritto Commerciale dell’Università di Bologna Francesco Vella. Quest’ultimo ha subito posto l’accento sulla ricerca statistica condotta da ASviS secondo la quale il Goal 8 è quello in cui, purtroppo, sono stati effettuati meno progressi. Nello specifico questo goal prevede “l’incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti”.

Nonostante ciò esistono realtà in cui le aziende sono particolarmente attive e hanno ottenuto significativi risultati nello sviluppo di questo obiettivo. Un primo esempio può essere la Chiesi Farmaceutici. Maria Paola Chiesi spiega che l’impegno nella sostenibilità ha origine con lo stesso fondatore nel 1950. “L’uomo è al centro” veniva riportato nelle brochure dell’epoca e la Chiesi afferma che l’ideale portato avanti dal nonno ha dato un forte indirizzo a tutta l’azienda. L’obiettivo è sempre stato quello di ottenere risultati mantenendo rispetto verso la società e l’ambiente. Un altro partecipante a questa tavola rotonda è Dario Cusani, che pone invece l’attenzione sulla buona occupazione. Retribuire le persone in modo equo e soddisfacente è un elemento fondamentale per attivare un’energia di restituzione nei dipendenti. “Carovana Etica” è infatti un progetto portati avanti dallo stesso in collaborazione con Alberto Tamburrini per promuovere e condividere questa idea di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, che devono poter trovare all’interno della propria azienda un luogo piacevole in cui svilupparsi prima di tutto a livello personale.

A questo riguardo la Deloitte è un altro esempio di integrazione tra innovazione e buona occupazione. Come spiega Silvia Dallai le buone pratiche di lavoro si sviluppano in tre direzioni: la prima consiste nella crescita professionale seguono poi il benessere dei dipendenti e l’innovazione. Da anni l’azienda adotta il sistema di smart working e i risultati sono stati più che redditizi. Dallai continua spiegando che bisogna prima di tutto includere i lavoratori, renderli partecipi, attivi e realizzati all’interno dell’ambiente aziendale.
Sulla stessa onda si muove Facility Live.
Mariuccia Teroni si fa promotrice di un ideale inclusione dei suoi “ragazzi”. Così li chiama, e non dipendenti ,perché, come dice lei stessa, “Io questa parola non riesco proprio a dirla. Non sono loro a dipendere da me ma io da loro”. Avvicinare i vertici ai lavoratori è un’attività in cui la Teroni ha sempre creduto come quella di garantire realizzazione personale all’interno dell’ambito lavorativo. Sandra Spa è un’altra azienda attivamente impegnata nell’ambito sociale e a tal proposito, come ricorda Fausto Ferretti, è stato avviato un progetto che coinvolge persone con disabilità e le inserisce all’interno dell’ambito lavorativo facendogli svolgere attività di recupero.

Concludendo riportiamo le parole del regista indipendente Michele Fasano: “I 17 goal non si colgono in ordine sparso ma vanno colti tutti insieme”. Non ci si può concentrare solo su un goal dimenticandosi di curare gli altri, esistono correlazioni e connessioni intrinseche agli obiettivi che non permettono di risolvere i problemi agendo a compartimenti stagni. Questi esempi provengono dai vari settori, dal farmaceutico al high tech, ma in ogni caso l’impegno portato avanti da queste aziende si muove verso la ricerca di una buona occupazione affiancata alla sostenibilità.

Ilaria Cantoni

Rete per l’agroecologia urbana, città e scuole verdi

Nasce “Per Parma Città Verde” una rete che vede la collaborazione del Comune di Parma insieme ad associazioni attive sul territorio per incentivare lo sviluppo di città e scuole verdi e per favorire l’agroecologia sociale nelle aree pubbliche.

Si è svolta al Wopa la prima assemblea della nuova rete “Per Parma Città Verde” alla presenza di Antonio Tedeschi, delegato al decoro urbano del Comune (primo a destra, nella foto), e di Roberto Barani, direttore del settore Servizi Educativi (secondo da destra nella foto), e di numerose associazioni tra cui Fruttorti, WWF, SlowFood, Ente Parchi Emilia Occidentale e altre.

I partecipanti alla rete si sono impegnati nel firmare un protocollo d’intesa, presentato qualche giorno fa da Michele Alinovi, l’assessore alle Politiche di pianificazione e sviluppo del territorio e delle opere pubbliche del Comune di Parma. I firmatari tentano di offrire un approccio “green” alla città e alle scuole nella speranza di avviare un profondo cambiamento nella progettazione urbana e nella gestione del verde.

Come fare a compiere un passo verso un futuro più sostenibile? Questa è stata una delle tematiche centrali dell’assemblea, perché anche se a tutti è ben chiara la meta da raggiungere non sempre è facile definire la strada migliore da percorrere, ammesso che ce ne sia solo una. Tedeschi prova subito a rispondere a questa domanda esponendo i principali impegni portati avanti dal Comune: ricostituire una “Consulta del Verde” e dotarsi di un “Piano per il verde”. Entrambe le proposte sono state accolte in maniera positiva dai presenti, soprattutto per quanto riguarda la consulta perché è necessario ricreare dialogo e dibattito sull’argomento, in modo da poterlo espandere a tutta la cittadinanza e coinvolgere i cittadini in prima persona.

Ma se di dialogo si parla, allora è necessario in primo luogo ricostruirlo proprio all’interno delle stesse associazioni. Spesso non c’è il tempo di comunicare o di collaborare, ognuno va per sé. Ma questa rete nasce proprio dall’idea che unendo le forze si possa creare qualcosa di migliore.
“Tutto deve partire da noi. Abbiamo la necessità di stare insieme: più persone significa più forze da mettere in campo” dice Fabio Cavalli di Slow Food. Diventa comune la volontà di unirsi, di mettere insieme progetti diversi per dare vita un percorso più ampio e completo, a 360 gradi.

Per quanto riguarda le scuole emerge dall’assemblea la volontà di garantire un percorso di educazione ambientale caratterizzato da varie sfaccettature e approfondimenti. A tal proposito Barani ha ricordato la presenza di un gruppo tecnico di dirigenti scolastici che si riunisce periodicamente per programmare le varie attività. È necessario stabilire un contatto anche con questo gruppo in modo da poter offrire progetti e servizi che sia voluti dalle stesse scuole.
Parma è una città in fermento, piena di associazioni ed eventi indirizzati verso la sostenibilità e grazie questa rete di collaborazione si spera
di dar fiato a un impulso più ampio.

Ilaria Cantoni