La sesta estinzione: biodiversità a rischio

In un affollato Ospedale vecchio, in via D’Azeglio, si è tenuto l’incontro “La sesta estinzione: presentazione di studi sull’estinzione di massa causate dalle attività umane”a cura di Benoit Fontaine, ricercatore francese presso il Museo nazionale di storia naturale di Parigi. Il seminario è stato caratterizzato dalla puntuale traduzione assicurata da Francesca Riolo, volontaria di Fruttorti.

In foto da sinistra: Benoit Fontaine e Francesca Riolo.

Durante il seminario sono stati presentati una serie di studi scientifici riguardanti la perdita di biodiversità e come cercare di arrestare questo processo che, oltre a peggiorare la qualità della vita, rappresenta anche una perdita culturale. Fontaine ha subito precisato che si occupa principalmente di uccelli e molluschi, e molti esempi riguardano proprio questi due gruppi di animali.

La prima considerazione è che nel mondo i due terzi delle specie sono insetti e solo il 3% vertebrati; non si conoscono tutte le specie che vivono sul pianeta, che si stimano possano essere tra i 5 e i 10 milioni.

Quindi come si fa a sapere con che tasso si estinguono le specie? «C’è un organismo apposito che fa questo calcolo rivedendo la letteratura scientifica a disposizione. Numerosi esperti – continua Fontaine mettono in relazione dati riguardanti l’abbondanza della popolazione e l’estensione del range in cui essa si trova e così si stila una classifica del rischio estinzione. Una specie è dichiara estinta quando non ci sono ragionevoli dubbi che sia ancora presente».

Siccome è impossibile contare le specie che si sono estinte, ci sono diversi approcci per farlo: la relazione tra numero di specie e area, maggiore è l’area e maggiore sono il numero delle specie che contiene. Si è scoperto che il tasso di estinzione provocato ad attività umane è molto più elevato rispetto all’estinzione naturale. Oppure lungo una linea temporale si mette la frequenza con la quale una specie viene ritrovata.

I risultati del secondo approccio ha dimostrato che il 10% degli invertebrati terrestri risulta estinto. Questo è un problema anche per i vertebrati che stanno perdendo il loro range di distribuzione negli ultimi anni.

Quali sono le cause della perdita di biodiversità? Deforestazione, aumento della superficie agricola, introduzione delle specie aliene, sovrasfruttamento, traffico illegale di prodotti legate a specie protette, riscaldamento globale.

Le specie animali quindi si sposteranno in una zona diversa per cercare migliori condizioni di vita e anche tutte le altre specie ne subiscono le conseguenze perché alla fine ogni specie è connessa ad un’altra e quindi il problema della perdita di biodiversità è molto grave.

«Nel 1992, alla Conferenza di Rio, un documento è stato firmato da oltre 15.000 ricercatori – afferma Fontaine – che hanno dichiarato che bisogna cambiare il corso delle cose perché altrimenti ci sarà il collasso dei servizi ecosistemici dai quali dipendiamo».

Quali sono le strategie per conservare la biodiversità? Possiamo iniziare a selezionare degli hotspot di biodiversità, nelle quali focalizzare le nostre azioni. Per esempio è importante fronteggiare la sovrappopolazione. Un’altra soluzione è quella di ridurre il numero di pesticidi, in Italia esistono degli incentivi per l’agricoltore che decide di non farne utilizzo. A livello individuale invece possiamo contribuire con una serie di azioni per mantenere la biodiversità, ad esempio: scegliere cibo biologico, mangiare meno carne, utilizzare meno pesticidi nel nostro giardino, utilizzare di più la bicicletta per gli spostamenti, riconnettersi con la natura, farsi coinvolgere nelle iniziative di cittadinanza attiva.

Ciò che risulta importante però è anche la riduzione dei consumi, se tutti vivessero come un italiano medio ci vorrebbero più pianeti per sostenerci. Lo scorso 24 maggio infatti l’Italia ha finito tutte le risorse disponibili nel pianeta per soddisfare le nostre necessità e già si va in debito.

Carmine Albanese

Agenda 2030 e salute

Esistono sostanze, che l’uomo produce e ha inserito nell’ambiente, che sono ormoni artificiali in grado di intervenire con lo sviluppo dell’embrione umano e animale”, dice Stefano Parmigiani (in foto), docente presso il dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell’Università di Parma, per introdurre la conferenza “Agenda 2030 e salute”.

Ormoni e ghiandole sono estremamente importanti nel nostro organismo, consideriamo ad esempio che l’ipofisi controlla le attività di gonadi, tiroide e surrenali. Nello specifico diventano molto importanti durante lo sviluppo embrionale. I dati dimostrano la presenza nell’ambiente di fattori ormonalmente alteranti prodotti dall’uomo, e la cosa diventa pericolosa, non solo a livello fisiologico, ma comportamentale e metabolico. Basta una quantità piccolissima di sostanze alteranti per produrre un cambiamento. Per esempio è sufficiente che una madre mangi dei nanogrammi di queste sostanze, per alterare lo sviluppo embrionale del figlio. “Tutto ciò però non passa nell’opinione pubblica. Passa molto di più un livello di informazione ecologica per quanto riguarda i problemi attuali, che tralascia queste caratteristiche di alterazione a livello umano”, continua Parmigiani.

I geni decidono se diventerai maschio o femmina quando sei un embrione, ma l’ambiente ne regola lo sviluppo. Per questo motivo gli studi del fenomeno si basano sulla scienza definita epigenetica (branca della biologia molecolare che studia le mutazioni genetiche e la trasmissione di caratteri ereditari non attribuibili direttamente alla sequenza del DNA). Queste caratteristiche epigenetiche modificate dalle sostanze in questione, sono addirittura trasmesse di padre in figlio. Diventa così molto problematico dal punto di vista della salute.

Lo studio di queste sostanze, di uso frequente in agricoltura, ha rivelato le potenti capacità cancerogene e sono state allora regolate da questo punto di vista. Dove c’è inquinamento inizi a vedere anche a livello naturale distorsioni a livello riproduttivo e indagando risulta che queste sostanze modificate sono di interferenza endocrina. Ad esempio gli xenobiotici: sono composti con azione biologica ma non prodotti dall’organismo e ne troviamo esempi anche nel DDT. Ormai siamo pervasi sotto ogni punto di vista da queste sostanze.

Il calo degli spermatozoi è una chiara dimostrazione del fatto che queste disfunzioni ormonali hanno avuto un processo di sviluppo temporale, si vede dalle statistiche. Lo si è notato in primis nello studio dei coccodrilli: la temperatura di incubazione decide il genere del cucciolo e il cambiamento delle temperature ha fatto sì che, recentemente, i coccodrilli nascano tutti femmina in Florida.

Il diabete giovanile è un’altra delle malattie riscontrate in salita nel corso degli ultimi anni per cui la spiegazione “mangiamo di più” non è sufficiente – spiega il dottor Parmigiani -. Abbiamo sicuramente alterato lo sviluppo e messo in condizione l’organismo di avere un equilibrio diverso da quello delle generazioni precedenti”.

L’ovaio policistico è un altro esempio. Nella generazione precedente, tra le ragazze giovani, era una problematica quasi assente, mentre ora è salita esponenzialmente. Questo può essere legato anche alle alterazioni ormonali causate da queste sostanze che non sono tossiche nella loro accezione, ossia non fanno star male nell’immediato. Un certo livello ormonale assunto da adulto si accumula ma agisce relativamente, mentre se assumi queste sostanze in un periodo critico, quando sei vulnerabile, ossia embrione, o in gravidanza o nella fase di sviluppo, basta veramente poco per creare delle alterazioni. In un embrione è così facile per un ormone cambiare anche solo una cellula, un solo pezzettino di cervello, mettere a tacere geni a discapito di altri.

Conclude Parmigiani: “La crema solare me la metto o no? Se sono gravida interferisco con lo sviluppo del feto. Queste notizie non possono essere quasi divulgate perché metteremmo in crisi un sistema economico che si basa sul commercio di determinate sostanze. C’è necessità di una politica intelligente. Basti pensare che chi assume ormone della crescita e steroidi in quantità sbagliata per lo sviluppo del proprio corpo, si espone ad un rischio di vita che tocca il 30% dei soggetti”.

Giulia Moro

Made in Italy & sviluppo sostenibile: una sintesi generativa vincente

Green economy, tradizione e consumi come punto di partenza nel connubio tra Made in Italy e sostenibilità. Attorno a questi concetti si è discusso del rapporto tra Made in Italy e sostenibilità con un approfondimento e riflessione polifonica, ascoltando voci di protagonisti di casi concreti, il cui scopo è l’esplorazione delle connessioni tra i fattori distintivi della tradizione italiana e gli “Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030”. Un rapporto che necessariamente deve diventare “un dialogo, una combinazione”, come spiega Samir de Chadarevian, moderatore dell’incontro che ha visto la partecipazione di un ampio parterre di relatori, in quest’ordine nella foto:

Valeria Brambilla, industry leader Life Sciences and Healthcare, Davide Bollati, presidente Davines, Cesare Azzali, direttore Unione Parmense degli Industriali, Samir de Chadarevian,  Gist Initiatives, Fabio Brescacin, presidente EcorNaturaSi, Filippo Di Gregorio, economista senior Centro Studi Confindustria, Teresa Gargiulo, economista Centro Studi Confindustria,  Ferdinando Pastore, dirigente area beni industriali ICE,  Giovanni Zucchi, vicepresidente Oleificio Zucchi. Erano presenti anche Michele Scannavini, presidente ICE e  Mario Cerutti, chief sustainability officer per Lavazza, in videoconferenza. Nell’impossibilità di riportare tutti gli interventi ne focalizziamo alcuni.

Su qualità e bellezza l’Italia può giocare fortemente, perché siamo la patria del ‘bello e ben fatto’ – spiega Gargiulo -. Con questo punto di forza entriamo nel piano del sostenibile con una marcia in più”. Secondo lo studio prodotto dal Centro Studi Confindustria, le carte che il nostro Paese può giocarsi sono tre: un territorio inteso come paesaggio che ispira e che si distingue sia nella promozione che nel marketing; un patrimonio culturale che vale come attrazione turistica e che trasforma la bellezza in materia prima; e infine gli imprenditori che rivestono il ruolo di attori di questo sviluppo. “Abbiamo bisogno di consapevolezza diffusa perché questi tre assi funzionino. Il binomio cultura-sostenibilità è importante per il Made in Italy e dobbiamo ancora approfondirlo molto”, conclude l’economista Gargiulo.

Per seguire il punto 17 dell’Agenda 2030, quello relativo alle partnership, bisogna soffermarsi sul “rendere accessibile le conoscenze di quello che viene fato dai singoli soggetti che produco beni o forniscono servizi – spiega Azzali, Upi -. Ma è anche fondamentale ricostituire quel concetto di cultura che presuppone capacità di pensiero. Pensare sembra diventato estraneo al modo di essere e porsi delle persone, estraneo al mondo che ha trasferito sulla tecnologia tutta una serie di semplificazioni”. Il dialogo diventa così fondamentale per l’attuazione di questo connubio tra Made in Italy e sostenibilità. Quest’ultimo concetto allora deve essere riferito alla capacità delle imprese di agire in maniera rispettosa degli equilibri naturali ma anche comprensibili da coloro che vivono sul pianeta e quindi volenti o nolenti attori della questione.    

Il Made in Italy rappresenta l’essenza di chi in Italia vuole rimanere perché crede sia possibile questa unione di intenti tra tradizione e necessità di futuro. “Noi restiamo qui perché ci crediamo. Per crederci occorrono i numeri però – afferma Brambilla -. Sia l’italiano che lo straniero riconosce l’efficienza italiana e il suo primato in quattro campi: moda, alimentare, turismo e design, ma per mantenerlo dobbiamo rinnovarlo”. Un’innovazione a tutto tondo che non riguarda solo il prodotto ma anche il sistema di produzione.

C’è chi dei cambiamenti al sistema di produzione ha fatto la sua filosofia, come dice Bollati (Davines): “La sostenibilità è diventata cuore della strategia della nostra azienda. Oggi è tempo maturo per inserirlo al centro delle attività industriali, sociali e politiche. Il Festival infatti ha come primo pregio quello di fare consapevolezza sull’Agenda 2030”. I 17 goals, però, necessitano di una gerarchia nella quale Bollati vede al primo posto il concetto di green economy che riguarda trasporti, turismo, energia e molto altro. Quello che è mancato è anche un “approccio umanistico” alla problematica, che va aldilà del mero conto monetario. “Questo è il filone economico nuovo a cui consiglio di dedicarsi”, conclude Bollati.

Il cammino proposto all’Italia è un’utopia sostenibile, come la definisce Enrico Giovannini, fondatore dell’Asvis, un cammino verso un orizzonte che si sposta continuamente e ci spinge a camminare.  

Brescacin (Econaturasì) pone l’attenzione su un altro punto della sostenibilità mondiale che secondo lui non ha avuto l’importanza dovuta nelle pagine di giornale di questi giorni: l’overshooting day italiano quest’anno è stato il 24 maggio: “È stato il giorno in cui abbiamo consumato tutte le risorse che il pianeta è in grado di generare in un anno”. Da oggi in avanti stiamo spendendo energie che non si rinnoveranno. “Siamo bravi, siamo creativi, però siamo il terzo peggior Paese al mondo per sostenibilità ambientale – spiega Brescacin -. Il nostro livello culturale è una cultura del passato, grandiosa che tutti ci invidiano, il problema è la cultura del futuro. Pensiamo alla fertilità dei suoli, la stiamo perdendo drasticamente. Quando studiavo agronomia la pianura padana era invidiata da tutti, ora siamo in fase di desertificazione. Con l’agricoltura sostenibile, rigeneratrice, possiamo migliorare il nostro overshooting day ma ognuno ha un compito sociale nei confronti della terra, soprattutto i consumatori”.

La terra e l’ecologia diventano così punto di partenza per l’unione tra il patrimonio italiano e la cultura del Made in Italy con un progetto di sostenibilità. Un connubio possibile sempre ricordandoci che “terra e acqua si possono curare in grande, ma anche in piccolo ed è responsabilità di ognuno di noi. Non si può iniziare dando la colpa alla politica, ma siamo noi come cultura di popolo a dover dare la svolta”, conclude Brescacin.   

Giulia Moro

Autocostruzione di una pala eolica

Due eventi del Festival dello Sviluppo Sostenibile si sono svolti presso il Liceo Bertolucci, con il coinvolgimento delle classi 5^B e 5^C.

Il più coinvolgente ha visto un gruppo di studenti volontari cimentarsi nell’assemblaggio di una piccola pala eolica. L’evento coordinato da Francesco Fulvi ingegnere, docente del Liceo e da Giovanni Tedeschi, dell’Ordine degli Ingegneri, si è suddiviso in due momenti: in primo luogo sono stati presentati i componenti della pala da parte dal rappresentante dell’associazione Rete solare per l’Autocostruzione, l’ingegnere Bruno Tommasini, che ne ha spiegato il funzionamento; successivamente sono stati assemblati in una pala dal diametro di 1,5 m. La pala può funzionare anche in assenza di vento, con azionamento manuale e producendo energia che permette l’accensione, ad esempio, di una lampadina.

Crediamo sia molto importante coinvolgere gli studenti in esperienze di questo genere, come l’autocostruzione di una pala eolica – dichiara Giovanni Tedeschi – per promuovere lo studio dei giovani ma soprattutto la conoscenza di tecnologie appropriate e sostenibili”.

In precedenza due rappresentanti dell’associazione francese Rempart, Florence Durieux, delegata regionale di Rempart e Angéline Martin coordinatrice tecnica dei cantieri nell’Ile de France, hanno tenuto una conferenza sul tema dell’autorecupero dei monumenti urbani. L’associazione in Francia raggruppa 170 associazioni che, come spiega Fulvi, “si occupano di tutelare e recuperare il patrimonio storico attraverso il coinvolgimento dei cittadini, nella maggior parte giovani ma anche adulti e pensionati”.

Oltrefood Coop, il supermercato partecipativo

Oltrefood Coop, è il progetto di un supermercato partecipativo, tra i primi in Italia. Se tutto andrà bene, Parma, patria del buon cibo e Capitale della Cultura nel 2020 potrà sperimentare presto il modello della Food Coop.

L’idea di Food Coop nasce a New York nel 1973 e arriva in Europa a Parigi nel 2005, a Bruxelles nel 2017 fino a raggiungere Bologna e poi Parma. Lo scopo è quello di promuovere pratiche di cooperazione e consumo consapevole oltre a sostenere le produzioni del territorio circostante.

OltreFood vuole essere un luogo dove trovare prodotti di qualità ad un giusto prezzo per i consumatori e per i produttori, dove conoscere persone che condividono i vostri stessi valori e partecipare a presentazioni di libri ed eventi sul cibo.

Partecipando al bando lanciato nei mesi scorsi da Legacoop Emilia Ovest e Coopfond per la nascita di nuove cooperative, OltreFood ha ricevuto 15 mila euro a fondo perduto, utili per perfezionare la strategia di azione futura che prevede di partire in uno dei quartieri popolari dove si respira multiculturalità e ricchezza storica: l’Oltretorrente.

Una Food Coop è un negozio insolito: è un punto vendita a gestione cooperativa nel quale solo i soci possono fare la spesa, e nel quale tutti loro devono contribuire al lavoro del negozio per 3 ore al mese. I prodotti messi in vendita sono scelti durante l’assemblea dei soci e sostengono le realtà del territorio. Lo scopo quindi è garantire prodotti a km zero ad un prezzo più alto rispetto a quelli di un brand della grande distribuzione ma minore dei prodotti che si trovano in negozi biologici.

«Noi vogliamo pensare che i prezzi saranno equi, e quindi corrisponderanno al lavoro che vi sta dietro e risponderanno alle attese di chi li sceglie» ha detto Andrea Zini, uno dei fautori del progetto. Oltre ad essere un esperimento di supermercato partecipativo, si tratta anche di un’esperienza di innovazione sociale. Ad oggi i soci sono circa una decina. L’obiettivo è raccogliere più di 100 soci. Questo numero consentirà di aprire un negozio di piccole dimensioni e forse “di passaggio”, che probabilmente non sarà aperto tutti i giorni e non avrà tutti i prodotti, ma sperimenterà un meccanismo di autogestione.

La presentazione di Oltrefood si è tenuta al Modulo Eco: una casetta frutto di un progetto di Manifattura Urbana costruito da volontari come strumento di divulgazione e didattica su temi della sostenibilità economica, sociale e ambientale. I materiali utilizzati per la costruzione sono naturali e a basso impatto ambientale come la terra cruda, la canapa e il legno e il tinteggio applicato La qualità dell’aria al suo interno è garantita dalla presenza di un sistema di ventilazione meccanica controllata. La costruzione si trova nel Parco Testoni in via Mordacci è stata fortemente voluta dal quartiere Crocetta ed è guidato dal Centro Giovani Esprit insieme ad ANSPI Crocetta e al gruppo informale “Amici di Davide e Andrea” con il supporto del Comune di Parma.

Elisa Zini

Agenda 2030 e Enciclica Laudato si’, una convergenza da affinare

Ognuno deve fare la propria parte nella custodia della casa comune” dice monsignor Pietro Ferri, presidente del Centro Etica Ambientale, nel dialogare con Matteo Mascia, Fondazione Lanza Padova, riguardo le convergenze tra il testo dell’Agenda 2030 e l’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco, incontro svolto nella Biblioteca dell’Abbazia di San Giovanni.

Ogni stato, ogni organizzazione nazionale, le Chiese e tutte le regioni devono collaborare insieme – asserisce mons. Ferri – perché oggi più che mai è necessario un impegno comune in ordine al futuro della terra”.

Matteo Mascia nel porre a confronto i due testi, quello dell’Agenda 2030 e l’Enciclica di Papa Francesco, riprende il discorso iniziato precedentemente da mons. Ferri: “Sia l’enciclica che l’Agenda 2030 evidenziano la crisi attuale ma anche le grandi opportunità di questo momento. Questo può generare un cambiamento che può portare ad un miglioramento della situazione attuale” mentre mons. Ferri pone un severo monito: “Se non si collabora insieme, tuttavia, si può arrivare alla fine di tutto. La situazione che stiamo vivendo non è delle migliori con il surriscaldamento, l’inquinamento e le altre calamità, e quindi oggi più che mai dobbiamo lavorare insieme per la salvaguardia della casa comune”.

Prosegue nella sua analisi Mascia: “Ho individuato alcuni elementi caratteristici che evidenziano elementi convergenti dell’enciclica, che è un documento ministeriale del Papa, che introduce il tema dell’ecologia integrata e che propone una lettura nuova della realtà. Papa Francesco dice che bisogna partire dalle persone vulnerabili e fragili e tra queste c’è anche la Madre Terra di cui dobbiamo aver cura”.

“Casa comune”, “ecologia integrata” o, anche, “approccio integrale” sono i concetti fondamentali e portanti della Laudato si’, in cui per la prima ci si riferisce al mondo in cui tutti viviamo e di cui dobbiamo avere cura “basta guardare con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune” mentre per approccio integrale si intende una visione in cui non si scinde la crisi sociale da quella ambientale.

Si legge infatti nel testo del Laudato si’: “La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale (n.13)”.

Nel Laudato Si’ – dice mons. Ferri alla domanda del perché alcune materie come la letteratura si sono tenute distanti dall’affrontare queste tematiche – Papa Francesco, loda la scienza, la tecnica, i romanzi, la letteratura perché tutti devono lavorare su questi temi ma dice anche che è sbagliato dare delle risposte puramente tecniche, demandare alla tecnocrazia non è giusto, se manca la partecipazione dei singoli, della società non si risolverà il problema. Da qui la necessità che gli scrittori, chi studia etica ed è nel ramo umanistico metta a disposizione delle scienze il proprio sapere per rispondere a questa crisi ecologica che stiamo vivendo”.

Conclude Mascia ricordando l’importanza che ha il Goal 17 (partnership per gli obiettivi) in comune con l’enciclica poiché: “Anche Papa Francesco sprona gli Stati a rispettare quanto contenuto nel testo dell’Agenda 2030 e a porre sanzioni a chi non rispetta il testo, poiché la responsabilità di tutti è sia presente che futura”.

Giulia Berni

Energia sostenibile e Agenda 2030

Sull’energia sostenibile e l’Agenda 2030 si è tenuto un interessante confronto tra Ferdinando De Maria, tra gli organizzatori del Festival dello Sviluppo Sostenibile di Parma, nonché consigliere comunale, e Michele Alinovi, assessore alle politiche di pianificazione e sviluppo del territorio e delle opere pubbliche del Comune di Parma.

I 17 sdg’s sono un obiettivo troppo ambizioso? Non è semplice dare una risposta alla domanda con cui si è aperto l’incontro. I goals nascono dalla necessità di riuscire a modificare le politiche mondiali attuate finora. Infatti, non si parla solo di tematiche ambientali ma anche di temi che hanno risvolti sociali e, in maniera molto diretta, anche politici. L’Agenda 2030 vuole puntare i riflettori su problemi che per molto tempo sono stati ignorati e anche se l’asticella sembra troppo alta per riuscire a saltarla, bisogna comunque allenarsi per riuscire a compiere questo salto.

Cambiare mentalità. “Gli obiettivi vogliono soprattutto trasmettere dei valori” queste le parole di Michele Alinovi quasi a sottolineare il fatto che non si tratta di un obiettivo di facciata ma di qualcosa in cui realmente si crede. È necessario insegnare, capire e condividere. Si stanno già effettuando notevoli sforzi, la cultura di base è scarsa e spesso le persone non sono informate, non sanno bene di cosa di tratta. Tutto viene inteso come un costo aggiuntivo o come una costrizione forzata. Sensibilizzare è fondamentale e il Festival dello Sviluppo Sostenibile è un ottimo punto di partenza.

La situazione a Parma. Entro 2019 tutti i nuovi edifici pubblici dovranno rispondere alla legge sul risparmio energetico e di conseguenza dovranno essere edifici a energia zero, cioè con un fabbisogno energetico basso o quasi nullo. Rispetto alla scala nazionale Parma si inserisce in un contesto positivo: sono già numerosi gli edifici che seguono queste normative e stanno partendo progetti per crearne altri, ad esempio a breve la scuola primaria Newton vedrà partire il cantiere. Questi edifici non solo hanno un impatto ambientale molto basso ma possono aiutare nella realizzazione del cosiddetto “comfort ambientale”. Apportare questi cambiamenti però è dispendioso, Parma da qualche anno risulta tra la più prestigiose città in quanto ad investimenti effettuati dal Comune verso uno sviluppo sostenibile. Il problema principale, che evidenzia Alinovi, risiede nel fatto che il governo non sostiene gli enti locali, bisogna che qualche aiuto arrivi anche dall’alto.

Nuove generazioni. Educare a scelte consapevoli e comportamenti virtuosi è fondamentale. De Maria, insegnante alle superiori, spiega la difficoltà che si incontra a far passare alcuni messaggi a ragazzi di 17/18 anni. È necessario partire prima, L’educazione dell’adulto può avvenire solo attraverso i bambini” queste le sue parole. I più piccoli possono insegnare tanto, soprattutto alla generazione delgi anni Ottanta, che sembra essere un po’ più esterna all’attenzione verso questi valori. “Qualcosa sta cambiando, le nuove generazioni sono molto più attive e responsabili sotto questo aspetto” commenta Alinovi, anche se ovviamente non si può mettere tutto nelle mani dei giovani. Questi saranno un punto chiave nella realizzazione del cambiamento ma dovrà essere un movimento trasversale, nella consapevolezza che ormai non c’è più tempo per rimandare e ignorare alcuni problemi.

Ilaria Cantoni

Progetto Agrivillaggio

L’agricoltore Giovanni Leoni ha illustrato in che modo possiamo rendere la nostra Terra più sostenibile, sforzandoci a pensare il mondo non più sotto l’aspetto prettamente economico ma anche sotto l’aspetto della sostenibilità ambientale. Lo scopo del suo Progetto Agrivillaggio è proprio cercare di dare una maggiore attenzione all’ambiente in modo da migliorare la qualità della vita dell’intera collettività, rappresenta quindi un modo alternativo di vedere il mondo.

«Noi siamo un popolo di inquinatori – afferma Leonic’è stata una campagna di stampa negli ultimi mesi che ci ha parlato di mari inquinati, ma prima di inquinare i mari sono inquinati i fiumi e l’ultimo rapporto Ispra ci dice che il 75 % delle acque superficiali sono inquinate da sostanze che si usano nel mondo agricolo e il 35 % delle acque sotterranee sono inquinate da sostanze che si usano nel mondo agricolo, queste sostanze che sono utilizzate in maniera separata, si mescolano nel terreno».

Ciò significa che il problema ambientale è talmente grande che non ne abbiamo neanche la consapevolezza e, per questo, occorre una visione alternativa del mondo in modo da rivoluzionare il nostro stile di vita. «Nel mondo c’è stata la rivoluzione agricola, poi la rivoluzione industriale ma adesso occorre riprogettare un nuovo modo di vivere sulla Terra». Secondo Leoni l’essere umano si è ammassato nelle città per fare cose che oggi si possono fare in maniera telematica e, quindi, non c’è più questa necessità di vivere nelle città.

Il “Progetto Agrivillaggio”, ideato nel 2004, consiste nel creare un quartiere agricolo alla periferia delle città con un occhio di riguardo sull’ambiente; un quartiere dove si ha tutto a disposizione: casa, animali da cortile, animali da pascolo ed ettari di terreno caratterizzati da 70 – 100 prodotti del territorio. Secondo Leoni infatti è indispensabile la varietà degli ortaggi perché «la monocoltura è insostenibile dal punto di vista ambientale, va contro la biodiversità ed è una vera follia anche sotto altri aspetti: non è concepibile pagare il pomodoro al supermercato 2,90 €/kg quando il prezzo dal produttore è circa 0,12 euro, quindi sono tutti scontenti meno quelli della Gdo».

L’agricoltura della filiera guarda solo all’aspetto economico e di produzione, nel “Progetto Agrivillaggio” invece la biodiversità e il chilometro zero sono due caratteristiche essenziali che consentono una migliore qualità dal punto di vista ambientale, migliore qualità della salute visto che il prodotto è fresco, ma anche un miglioramento dell’aspetto economico perché si paga solo il costo produttivo che di solito non è superiore ai 0,31 €/kg .

A Vicofertile (Parma) c’è l’idea concreta di questo progetto che prevede la costruzione di 52 case, con circa 180 abitanti, con 25 ettari di terreno pro capite. Si ipotizza di sfamare circa 1.700 persone e, appena partirà il progetto, chi vorrà potrà vivere all’interno dell’agrivillaggio per un mese in un periodo di prova.

Per Giovanni Leoni è fondamentale un’agricoltura di vicinato per avere un minore impatto sull’ambiente e per migliorare la qualità della vita evitando il più possibile gli spostamenti obbligati.

Carmine Albanese

Rifiutopoli, veleni e antidoti

Rifiutopoli è “il mondo di sotto, fatto degli scarti quotidiani prodotti dai nostri consumi e di chi si approfitta della nostra distrazione per trasformarli in un business, che avvelena per sempre la nostra salute”. “Rifiutopoli, veleni e antidoti” è il titolo della conferenza spettacolo messa in scena, nella splendida crociera dell’Ospedale Vecchio, dal giornalista Enrico Fontana (direttore del mensile La Nuova Ecologia e già coordinatore nazionale di Libera) e dal disegnatore Vito Baroncini che supporta graficamente la narrazione, grazie al suo talento e alla sua lavagna luminosa. Prodotta dalla Fondazione Cinemovel e patrocinata da Legambiente che l’ha proposta nel Festival dello Sviluppo Sostenibile.

Lo spettacolo racconta le storie di chi tutti i giorni deve fare i conti con le ecomafie e con i business correlati allo smaltimento abusivo. Il tessuto del racconto è un mosaico di esperienze vere intervallate emblematicamente dal ritratto della farfalla, uno dei pochi esseri viventi che trae nutrimento dalla putrefazione degli scarti organici.

Lo scenario italico maggiormente vessato dalle ecomafie è l’area campana che funge da centro di gravità della narrazione. Sin dagli anni Novanta l’entroterra napoletano e casertano è costellato di discariche a cielo aperto e di interi appezzamenti di terreno imbottiti di scorie che, nonostante ciò, vengono coltivati. Questa terra è comunemente chiamata “La terra dei fuochi”. Qui l’immondizia per anni ha avuto lo stesso valore dell’oro, come dirà Nunzio Perrella ai giudici durante il suo processo (Perrella è il primo pentito di ecomafie che ha scontato la sua pena e solo pochi mesi fa ha collaborato con la testata giornalistica partenopea Fanpage.it per smascherare i traffici di rifiuti tutt’oggi presenti, ndr).

La “terra dei fuochi” è da molti considerata come il luogo dove insieme ai rifiuti è stata abbandonata anche la dignità dei cittadini. Ma è anche la terra di Francesco Del Prete, un semplice venditore ambulante, che si è ribellato al pizzo imposto sui sacchetti di plastica. Fondatore del sindacato autonomo dei venditori ambulanti, Del Prete viene assassinato il giorno prima del processo nel quale avrebbe testimoniato. La sua lotta non è però terminata, a portarla avanti c’è il figlio, che è ripartito da quei sacchetti che hanno ammazzato il padre. Oggi li produce in maniera ecosostenibile grazie all’estrazione delle fibre di mais.

Rifiutopoli è anche la storia di Ilaria Alpi e del suo collega cameramen Miran Hrovatin, assassinati a Mogadiscio nel marzo del 1994, solo perché stavano portando alla luce la presenza di un traffico di rifiuti in una Somalia dilaniata dalla guerra civile. È la storia del comandante Natale De Grazia che negli anni Novanta indaga su sospetti affondamenti di navi contenenti rifiuti tossici e morto a causa di un malore che solo a distanza di anni si riterrà dovuto ad avvelenamento. È la storia di migliaia di bambini di tutto il mondo che quotidianamente rovistano nei rifiuti elettronici, per ricavare componenti da rivendere. È l’istantanea desolante che raffigura le migliaia di tonnellate riversate in mare, divenute ormai parte integrante della dieta dei pesci che le mangiano inconsapevolmente poiché mescolate con il plancton. Rifiutopoli è la storia di tutti coloro che hanno combattuto e combattono ancora contro smaltimento illecito dei rifiuti.

L’altra faccia di Rifiutopoli è quella di una Italia leader nel settore dell’economia circolare, che permette di creare nuovi modelli di business che integrano innovazione e sostenibilità come scelta strategica di competitività. È la storia di tante aziende che hanno incanalato la rabbia del vedere la loro terra vessata e stuprata nella creazione di filiere di riciclo leader in Europa e nel mondo.

A concludere lo spettacolo le parole di Fontana: “Se non ci raccontiamo la verità, anche se alle volte provoca angoscia, non reagiremo mai”. Il cambiamento parte dalle nostre scelte quotidiane, solo attuandole al meglio potremmo preservare il mondo e presentarlo nel migliore dei modi alle generazioni future. Ma soprattutto possiamo cambiare sentendoci tutti più leggeri come farfalle.

Salvatore Cappabianca

Amitav Ghosh e la grande cecità

Esiste la consapevolezza che il cambiamento climatico altro non è che il risultato che ha permesso all’Occidente di arricchirsi a scapito del resto del mondo” esordisce così Amitav Ghosh, celebre scrittore indiano che vive a New York, autore de “La grande cecità, il cambiamento climatico e l’impensabile”, intervenuto al Festival dello Sviluppo Sostenibile. L’incontro, al Palazzo del Governatore, è stato condotto da Diego Saglia, direttore del Dipartimento Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese culturali dell’Università di Parma e da Marina Forti, giornalista e collaboratrice di Internazionale.

Ghosh ha presentato sotto un inedito punto di vista il cambiamento climatico in corso: “Pensate che il Pentagono è il più grande consumatore di energia negli USA, un quinto del totale, e che nel mondo l’esercito americano mantiene vaste flotte di veicoli, navi, velivoli, molti dei quali consumano enormi quantità di combustibili fossili. Una portaerei consuma 6 mila litri di carburante all’ora quindi, queste navi, consumano al giorno tanto quanto un villaggio del Midwest americano”.

Solo per le operazioni militari in Medio Oriente gli Usa consumano 1 miliardo e mezzo di litri all’anno, che è più del consumo annuale del Bangladesh.

Inoltre – prosegue incalzante Ghosh – non si tengono in considerazione due fattori molto importanti: le emissioni dei rifiuti generati dal processo di costruzioni delle armi, navi, aerei né dell’espansione del settore degli appaltatori della difesa, o mercenari, la cui presenza sta crescendo rapidamente nel mondo”.

Portando esempi dal passato il letterato indiano spiega la connessione tra la crescita economica e l’uso dei combustibili fossili, applicate alle azioni di conquista. In altre parole: “La capacità di un paese di potenziare la propria forza militare è legata alla dimensione dell’impronta di carbonio e questo è così da quasi due secoli”.

A questo punto lo stesso relatore si pone una domanda: “È possibile che il cambiamento climatico stesso sia una ragione della crescente militarizzazione del mondo? – e si risponde celermente – A mio avviso sì. Il cambiamento climatico ha dimostrato l’insostenibilità dell’economia dei combustibili fossili e questi ultimi hanno rafforzato i poteri imperiali in relazione alle loro economie”.

Il riscaldamento globale racchiude e svela nudo e crudo un’altra importantissima faccia che non viene riportata al centro delle conferenze sul clima o dei documenti ufficiali e questo perché si tende ad affrontare il problema dal punto di vista economico e tecnologico ma, in realtà, Ghosh ci svela un altro lato: “Sono la questione del potere del dominio e il mantenimento del proprio status quo ad essere al centro del cambiamento climatico, la sostenibilità quindi non è solo una questione che può essere risolta con la tecnologia e con calcoli economici”.

I cambiamenti climatici, così interpretati, dimostrano che lo status quo non può durare e ciò che ci attende è un grande cambiamento nella distribuzione globale del potere con uno sconvolgimento tanto grande afferma Ghosh “quanto quello della rivoluzione industriale o meglio con una rivoluzione dei combustibili fossili”. Alla domanda chi saranno i vincitori e i perdenti nella nuova rivoluzione energetica lo scrittore risponde alzando gli occhi al cielo ma con fermezza: “Non lo sappiamo, ma coloro che hanno approfittato dello status quo sono coloro che hanno il massimo da perdere. Rimane da vedere se questo porterà a nuovi conflitti, tuttavia la dinamica non può essere affrontata da soluzioni tecnologiche ed economiche perché la questione centrale è il potere”.

Allora in conclusione sorge spontanea la domanda: e quale potrebbe essere la conseguenza a un rapido passaggio a fonti energetiche alternative?

Ghosh risponde riportando una casistica legata sempre ai combustibili fossili e alla loro importanza nella geopolitica internazionale: “Innanzitutto l’economia mondiale del petrolio è sempre stata sotto il controllo dell’Usa e dell’Inghilterra e per partecipare a questo teatro gli attori devono usare dollari oltre a spedire il petrolio attraverso colli di bottiglia che sono sotto il controllo degli Usa – prosegue – L’energia rinnovabile quindi potrebbe sconvolgere questo campo: l’energia solare, per esempio, non dovrebbe essere pagata in dollari né passare tramite i chokepoints e questo significherebbe che fonti di energia alternative potrebbe essere una minaccia per l’ordine mondiale”.

In conclusione lo scrittore riporta un’amara considerazione mentre sullo schermo compare il dipinto di Goya “Saturno che divora i suoi figli”: “In molte tradizioni religiose la figura dell’odio è il demonio e nella mitologia Indù si dice che il mondo finirà quando sarà consumato dai demoni. Bene, ora sappiamo chi sono i demoni: noi stessi”.

Giulia Berni

“La Sostenibilità non è un problema da risolvere, è il futuro che possiamo creare.” (Peter Senge)