Che mondo sarebbe

Se per anni gli spot pubblicitari sono stati oggetto di veri e propri spettacoli(Carosello fra tutti); oggi lo sono ugualmente ma di spettacoli paradossali. A delucidare questa dinamica pubblicitaria è Cinzia Scaffidi, che con grande ironia tratta i paradossi della pubblicità del settore alimentare nel suo libro “Che mondo sarebbe”. Scaffidi lavora per Slow Food, movimento culturale internazionale, che opera in forma di associazione senza scopo di lucro, in Italia attiva dal 1986, è una docente universitaria e si occupa di formazione aziendale.

In foto: da sinistra Cinzia Scaffidi con Antonella Ferrari, responsabile Slow Food di Parma

Nelle prime battute dell’incontro definisce il suo libro “un coltello dalla triplice lama”. In primis che mondo sarebbe se l’umanità apparisse come la descrivono in pubblicità? In seconda istanza che mondo sarebbe se non fossimo neppure lontanamente somiglianti a come ci descrivono? Per finire che mondo di consumatori spensierati sarebbe se imparassimo a ridere delle rappresentazioni paradossali della pubblicità alimentare?

Nonostante l’avvento dei nuovi media e dei nuovi linguaggi, i canovacci e gli schemi adottati dalla pubblicità sono sempre i medesimi e sempre più convenzionali; accumunati tutti dalla volontà di idealizzazione del prodotto e del cliente che lo acquista.

Anche perché oggi comprare un prodotto della grande filiera industriale alimentare significa acquistare insieme ad esso tempo e libertà da dedicare a qualche altra attività. Ed acquistare del tempo in una società in moto perpetuo è il miglior assist per andare in gol nel mercato pubblicitario odierno. Ma l’acquisto di questo tempo tende a minare la nostra identità, quell’identità tradizionale che da sempre ha contraddistinto le nostre mamme nella preparazione della merenda e le nostre nonne nel pranzo della domenica. Veniamo così mutilati della nostra cultura alimentare che dovrebbe basarsi sul tempo da spendere per la selezione, la cura e l’elaborazione dei prodotti. Oggi la nostra identità alimentare ci viene imposta dal prodotto che mangiamo, una identità standardizzata, che ci permette di mangiare prodotti tipici a latitudini completamente opposte. Nell’immaginario collettivo comune molte volte si confonde la serialità del prodotto come garanzia di qualità, il che non è assolutamente vero. Il prodotto in primis quello naturale deve essere variegato ed unico, poiché queste sono le caratteristiche che una produzione deve avere per poter essere definita autentica.

L’altro aspetto evidenziato dall’esponente di Slow Food è la forte carica empatica che la pubblicità ha nei confronti del rapporto relazionale familiare. In alcune pubblicità in cui il soggetto familiare è protagonista, l’idea analiticamente ravvisabile dalla codifica del messaggio pubblicitario non è quella della qualità del cibo, bensì della sua funzionalità, nella tutela dei rapporti familiari. Quasi a volerci dire che il mancato acquisto del prodotto citato possa essere la causa della distruzione familiare. Da questo punto di vista la pubblicità sottopone gli utenti ad una serie di ricatti per lo più morali, adoperando stratagemmi ed attori comuni ed a tratti imbarazzanti. Oggi più che mai la figura dei bambini è sempre più centrale nelle réclame, anche perché intere produzioni si sono spostate su questo target, perché rispetto agli adulti prestano molta più attenzione e, con qualche manfrina, riescono a ricattare i loro genitori. Un altro stratagemma largamente abusato nella pubblicità è quello della guest star e dei cuochi stellati, questi ultimi resi noti dalle gare di cucina trasmesse dalla televisione. La loro presenza nelle rappresentazioni pubblicitarie cerca di confortare l’acquirente nel suo acquisto, ravvisando nella loro figura una sorta di garante della qualità del prodotto.

Per preservarci quotidianamente da tutto ciò Scaffidi dice che innanzitutto dobbiamo provare a riprenderci il nostro tempo nella selezione dei prodotti, in modo tale da riprenderci anche la nostra identità, di conseguenza dobbiamo iniziare a leggere le etichette perché “Più sai meglio vivi”; e ogni qual volta siamo al cospetto di una pubblicità bizzarra è meglio sdrammatizzarla con una bella risata.

Salvatore Cappabianca

La sostenibilità: chiave di uno sviluppo responsabile

Il principio di sostenibilità è uno dei pilastri fondamentali del diritto ambientale internazionale. Eppure l’applicazione di tale principio stenta a divenire realtà. Proprio alla luce di questo, l’incontro ‘La sostenibilità: chiave di uno sviluppo responsabile’ si presenta come un tentativo per fare chiarezza, analizzando come costituzionalismo e sostenibilità interagiscono sia nel panorama italiano quanto in quello europeo. A partecipare al dibattito ci sono la moderatrice Stefania Pedrabissi, il docente di diritto Antonio D’Aloia, il docente di economia agraria Filippo Arfini e i due avvocati Gabriele Farri e Matteo Sollini.

Parlare di sostenibilità significa, prima di tutto, parlare di futuro. Secondo la definizione data dal Rapporto Brundtland del 1987, lo sviluppo sostenibile è “quello sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere le possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Il professore D’Aloia, parafrasando Kant, presenta la sostenibilità come atto responsabile della generazione anteriore; se nel giro di pochi anni non avverrà un cambiamento, sarà la generazione futura a non godere del mondo per colpa dei predecessori. In quest’ottica il legislatore diventa l’uomo del futuro, colui che rifiuta l’individualismo e il presentismo di questi giorni per preservare l’esistenza stessa del pianeta Terra.

Ad oggi, solo 54 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite contengono nella loro Costituzione riferimenti al principio di sostenibilità. Nel panorama europeo, l’Italia appare alfiere dello sviluppo sostenibile, soprattutto per quanto riguarda il settore agroalimentare e primario. Nell’ art. 33 della nostra Costituzione, compare il diritto alla difesa e alla tutela del paesaggio, tra cui quello agrario. Quest’ultimo rappresenta per Arfini la perfetta metafora della sostenibilità: “il paesaggio dipende dall’ambiente, ma va gestito dall’uomo”. Solo tramite la cura e la preservazione del territorio, l’uomo può soddisfare i suoi bisogni primari. In primis la possibilità di accedere al cibo.

Il dibattito sul concetto di alimentazione è cambiato nel tempo: negli ultimi 20 anni infatti è nata la consapevolezza che per ridurre la fame del mondo, non basta dare ai bisognosi del cibo. Bisogna guardare anche al tipo di cibo che gli si dà. Una persona che mangia cibo scadente, non sviluppa la salute psicofisica necessaria per poter avere una buona qualità di vita; figuriamoci riuscire a ragionare sui piani da attuare per il raggiungimento dei SDG’s. Per questo i vari target vanno raggiunti in modo contemporaneo e trasversale: problematiche quali povertà, cattiva educazione e cambiamento climatico sono spesso collegati tra loro.

L’abbattimento della fame mondiale è il secondo goal dell’Agenda 2030. Al momento, circa 1 miliardo di persone muoiono di fame. Accanto a questi numeri spaventosi, continua ad aumentare il costo annuo globale dello spreco alimentare. Nel 2017 il costo ha superato i 1,7 trilioni di dollari. Numeri del genere, scherza bonariamente l’avvocato Soldini, sembrano più uscire dalla bocca di Paperon de Paperoni che apparire come numeri reali. Eppure è così: lo spreco alimentare oltre ad avere un costo altissimo, produce ogni anno circa l’8% delle emissioni globali di gas serra; in Italia, lo spreco per famiglia era di circa 145 kg a famiglia. Almeno fino a due anni fa.

Il 2016 per Italia è l’anno di svolta. Nel gennaio viene promulgata la legge 166, che prevede la possibilità di recuperare gli scarti alimentari attraverso reti non commerciali di donazioni. Anche la Francia ha varato una simile legge. Con una grossa differenza: l’ordinamento francese prevede l’obbligatorietà di questo riciclo tra enti commerciali e enti no-profit di rivendita; qualora gli enti commerciali non indicassero le entità a cui fanno beneficenza, il supermercato prenderebbe una salata sanzione. In Italia tale obbligatorietà non è prevista. Il che si traduce tristemente in un ‘fatta la regola trovato l’inganno’: piuttosto che regalare il cibo ai più bisognosi le aziende agroalimentari preferiscono produrre utili, vendendo il cibo invenduto alle aziende di biofuel: la fermentazione dei rifiuti è uno dei tanti modi per produrre energia rinnovabile.

Parlare di sostenibilità significa parlare anche di rinunce, a volte di tipo economico. Ma il livellamento auspicato dall’ Agenda 2030 non deve essere letto come una parafrasi al contrario della figura di Robin Hood: l’idea non è quella di togliere al ricco per dare al povero. Il livellamento è verso l’alto: se tutti riusciamo a nutrirci e a formarci in modo completo, ci saranno più persone capaci di risolvere le problematiche complesse che affliggono il nostro pianeta. La sostenibilità non è la soluzione bensì, come ricorda Alfieri,“un processo, un puzzle autogestito. Sta a noi avere il comportamento opportuno”.

In foto: da sinistra Matteo Sollini, Gabriele Farri, Filippo Arfini, Stefania Pedrabissi, Antonio D’Aloia.

Gloria Falorni

Regione Emilia-Romagna, imprese, terzo settore, associazioni e cittadini: innovatori responsabili in partnership per lo sviluppo dei territori

Sostenibilità fa rima con complessità e la complessità ci obbliga a cooperare” così il moderatore Loris Manicardi snocciola subito uno dei temi fondamentali affrontati durante l’evento: la necessità di creare partnership e collaborazioni efficaci.

Cooperare non è più un’opzione ma una necessità e ne sono convinti tutti i partecipanti a questa tavola rotonda tra cui troviamo: Kevin Bravi, presidenti Giovani Imprenditori Confindustria Emilia Romagna, Palma Costi, assessore regionale alle attività produttive, piano energetico, economia verde e ricostruzione post-sisma, Gianpiero Lotito, presidente di Facility Live, Filomena Maggino, coordinatrice ASviS e docente di Statistica Sociale all’Università Sapienza, Marco Melegari, laboratorio Imprese Emilia Ovest, Ettore Rocchi, Vice Presidente Iren, Rita Zelaschi, responsabile comunicazione e relazioni esterne gruppo Cedacri.

I dati. Filomena Maggino spiega le difficoltà che si affrontano nel monitorare un fenomeno sociale ed economico. I 17 Goal devono essere considerati come una modalità per focalizzare l’attenzione su alcuni temi che sono stati ritenuti critici in tutto il mondo. Nello specifico poi, per quantificare lo stato dello sviluppo sostenibile in un’area limitata è necessario sviluppare indicatori che siano adatti al contesto in cui sono inseriti. Dando un rapido sguardo a qualche analisi statistica è emerso che in Emilia-Romagna, per quanto riguarda il Goal 10, c’è stato un graduale aumento della povertà conclamata, iniziato verso l’anno 2008 e con un picco nel 2013. Una volta toccato l’apice il livello di povertà decresce costantemente. “Non è un caso che il picco sia intorno agli anni 2012/2013, perché quelli sono gli anni del sisma che ha scosso l’Emilia, un evento che ha creato un impoverimento immediato nella regione” questo il commento di Palma Costi alla vista dei dati.

Partnership. Bisogna collaborare per creare il cambiamento. Si potranno avere dei risultati concreti solo se tutti saremo attori in vista di un fine collettivo, e il termine attore non è casuale perché prevede un impegno attivo sulla scena. Attivarsi, condividere e sperimentare. Ecco le tre parole chiave per tentare di far capire che sostenibilità non è sinonimo di un costo aggiuntivo. La sostenibilità è un valore, un valore che va insegnato, che richiede tempo e determinazione ma che sul lungo periodo restituisce grande soddisfazioni. Collaborare per aiutare i più giovani, per difendere la diversità, per garantire i diritti di tutti, per creare comunità, per aiutare il sociale per innovare (e innovarsi). I presenti a questa tavola rotonda hanno condiviso le proprie esperienze: dal finanziamento di start up innovative al recupero pasti in mensa, dai sistemi di smart working fino al sostegno di realtà che agiscono già in maniera sostenibile.

Prospettive future. “Non abbiamo un solo futuro ma tante possibilità” queste le parole conclusive della professoressa Maggino. Saper descrivere un territorio nel tempo non ha alcun senso se poi non riusciamo a proiettarlo nel futuro, che non è unico in quanto esistono diversi scenari sulla base delle nostre possibili scelte. Questa è la sfida principale: essere consapevoli che tutto ciò che facciamo oggi avrà una conseguenza diretta sul domani.

Ilaria Cantoni

Parma Resiliente, la città di fronte alla sfida dei cambiamenti climatici

Nella foto da sinistra: Giovanni Tedeschi, Enzo Bertolotti, Davide Graziani, Tiziana Benassi, Patrizia Rota, Giovanni Fini.

L’idea dell’incontro Parma Resiliente, la città di fronte alla sfida dei cambiamenti climatici condotto da Davide Graziani e Giovanni Tedeschi dell’Ordine degli Ingegneri di Parma nasce da un corso organizzato dal Water Center (centro acque dell’Università di Parma): “Cambiamento climatico mitigazione e adattamento”. Due parole molto diverse. Mitigazione è far sì che i cambiamenti climatici non aumentino né peggiorino, come ridurre i gas clima alteranti, mentre adattamento è sapere che i cambiamenti climatici sono già in atto e quindi occorre cambiare la pianificazione pubblica per rispondere ad essi. Parlando nello specifico della città di Parma, sono tre gli aspetti più impattanti: siccità, eventi estremi (rischi idrogeologici imprevedibili) e isole di calore, che sono sempre più frequenti, e questo sta diventando un problema sanitario. Non si recupera lo stess di queste ondate di calore. Tutti questi aspetti vanno messi insieme in un piano per gestire e progettare la propria città in maniera sostenibile.

La risposta della città di Bologna. Agire per i cambiamenti climatici a livello locale è molto difficile perché ovviamente non è una questione che riguarda ogni città nella sua nicchia ma si subiscono modificazione da tutto il territorio circostante. Possiamo però fa notare alcuni aspetti: “il tipo di manutenzione del territorio non è più adeguato al clima che ci troviamo ad avere – spiega Giovanni Fini, Coordinatore Progetti UI Qualità Ambientale per il Comune di Bologna -. Negli ultimi anni per esempio si nota un aumento del numero consecutivo di giorni senza pioggia. C’è sempre stata variabilità dentro un range, ma dagli anni Novanta questo numero tende ad aumentare”. Da qui si redige un progetto partendo da una situazione locale e tenendolo monitorato, come è stato fatto a Bologna. Il Piano di Adattamento approvato nel 2015 infatti, è uno dei primi in Italia. “Ci siamo concentrati sulla necessità di associare ad ogni strategia che il piano aveva, degli obiettivi concreti e misurabili”, continua il dottor Fini. Questo dà la possibilità di tener monitorato processo e attuazione. Obiettivi primari del progetto sono sostenibilità e equilibrio delle falde profonde, cambiare la struttura della città per diminuire il fenomeno delle isole di calore, introducendo alberi e intervenendo per inverdire edifici esistenti e aree del centro storico, limitare l’enorme urbanizzazione, ripermeabilizzare aree, intervenire sulla rete fognaria, mettere in sicurezza le infrastrutture e manutenzione del patrimonio storico.

Cosa ha fatto e sta facendo Parma. La città segue un piano d’azione approvato nel 2013/14 chiamato PAES attraverso il quale si vuole rendere sostenibili scuole, condomini, mobilità e aziende. “È una visione a 360 gradi – spiega Enzo Bertolotti, responsabile del settore energia e sismica del Comune di Parma -. Nel 2017 dal controllo effettuato dall’UE abbiamo visto che più del 50% delle azioni è già stato portato a termine, il 40 % è già avviato, e solo l’1 % non è partito”. L’adattamento ai cambiamenti climatici verrà inserito all’interno del PAES perché funga da riferimento sia per la Giunta comunale, sia per i cittadini. Sugli adattamenti non ci siamo ancora impegnati in maniera diretta, ma si stanno aprendo tavoli di discussione. Il Comune di Parma ha inserito gli obiettivi dell’Agenda 2030 all’interno di un progetto europeo a cui in città viene dato il nome di “Parma Futuro Smart”. Sei città europee sono faro di questa iniziativa e Parma è follower, con lo scopo di progettare la città scambiandosi le esperienze in modo che diventino replicabili, comunicando il proprio percorso locale.

Scopo finale è avere una città moderna ma a misura d’uomo, tenendo presente della rete sociale e di quella territoriale e dando luce alla intersettorialità della sostenibilità – spiega Tiziana Benassi, assessore all’Ambiente del Comune di Parma -. All’interno di questo progetto sono già inseriti anche diversi obiettivi dell’Agenda 2030 per scelta personale della città di Parma, che dà un valore aggiunto all’iniziativa e sposta l’attenzione non solo sull’innovazione della smart city ma sugli obiettivi generali della sostenibilità”. La ciclabilità è un esempio. Il 24% della popolazione si sposta già su bicicletta o a piedi, e il desiderio è quello di ridurre chi usa il mezzo proprio per spostarlo verso la bicicletta o i mezzi pubblici.

Ricerche condotte da Patrizia Rota, dottoressa di ricerca e funzionaria del Comune di Parma, mettono in luce altri aspetti della città e della regione in generale. A livello di temperature medie, la situazione in Emilia Romagna va peggiorando già tra il 1961 al 1990, e ancora di più tra 1991 al 2015. Addirittura il tasso di mortalità è più alto nel 2015 rispetto alle medie degli anni passati e sono colpite specialmente le donne, nel mese di luglio ed agosto anche sul nostro territorio. Questo non significa che vi sia un rapporto diretto causa-effetto, ma è un elemento che deve far riflettere.

Il piano climatico è una novità qui in Italia ma non ne resto d’Europa – spiega Rota -. In Germania già dal 1991, il dato climatico è alla base dei piani di progettazione. Stoccarda ne è un esempio perfetto che per rinfrescare l’ambiente è stata costruita in modo da favorire le brezze all’interno di corridoi tra le vie”.

Un altro studio dimostra anche che il 93% degli edifici che hanno temperatura superficiale elevata, si trovano all’interno della zona urbana (sono stati analizzati gli edifici residenziali con un campione su 10.000, analizzando struttura e area attorno ad esso).

Il risultato dell’incontro è ricordare e avvalorare le potenzialità insite nel comune di Parma inseribili nel panorama del riciclabile e del sostenibile perché come viene ricordato durante l’incontro citando Andy Warhol: “Avere la terra e non rovinarla è la forza d’arte più bella che si possa desiderare”.

Giulia Moro

Preparare il terreno per l’Agenda 2030, la sfida della sostenibilità

La sostenibilità come unica strada possibile. È ruotato attorno a questo concetto uno degli incontri clou del Festival dello Sviluppo Sostenibile, “Preparare il terreno per l’Agenda 2030“, tra Enrico Giovannini, portavoce Asvis, Gunter Pauli, fondatore della blue economy in collegamento video da Parigi e Grammenos Mastrojeni, diplomatico della Farnesina in cooperazione internazionale.

Nella foto: al tavolo da sinistra Alessio Malcevschi, Enrico Giovannini, Grammenos Mastrojeni. Alle spalle, in video, Gunter Pauli.

Non  si nasconde la preoccupazione, per il futuro del pianeta e dell’umanità, tra i relatori. “Risale al 1972 la presa d’atto che il pianeta aveva le risorse finite, – ha ricordato Pauli – ma le politiche per anni non sono cambiate; negli anni Novanta dopo Kyoto fui stimolato a studiare un nuovo modello di sviluppo a zero emissione, zero rifiuti e alta competitività con il resto del mercato. Era molto ambizioso. Ma era la strada giusta: questa è la blue economy, trasformare un problema in un’opportunità per tutti ed è la battaglia quotidiana, perché dobbiamo fare qualcosa di fondamentalmente diverso”. Ad esempio ideare pannolini biodegradabili e compostabili per il quale Pauli riceverà a Parigi un premio di 1 milione di euro per l’innovazione. “È un cambio di design – si infervora il belga, teorico della blu economy – che è un cambio di paradigma. Abbiamo lavorato per cinque anni in Germania, India e Danimarca per immaginare il pannolino di domani, non del futuro. Non capisco come le industrie continuino a usare plastica non degradabile per pannolini che vanno sui bambini, che hanno la pelle delicata. La novità consiste nell’usare fibre di bambù”. Questo nuovo pannollino sarà libero da brevetto, in cambio di un investimento in piantumazioni di alberi.

Si aggancia a questo esempio Giovannini per introdurre il tema sostenibilità “che ci fa un regalo unico: la complessità e ci obbliga a cooperare per risolvere i problemi. È il modo esatto contrario alla nostra società che, infatti, non funziona: continuiamo a cercare soluzioni semplici e messaggi comunicabili in un lampo quando invece i problemi sono complessi. E Gunter Pauli ci dice: ripensa il pannolino”.

Siamo di fronte al trilemma sul futuro: – avvisa Giovannini – una visione distopica, supernegativa, una retrotopica: la paura del futuro ci spinge a sperare in un utopia del ritorno al passato: la retrotopia. La tentazione di tornare indietro. La terza alternativa è l’utopia sostenibile. Alcuni la ritengono irrealizzabile, per altri è la via pragmatica a un futuro che non ci piace”. Naturalmente è la strada prescelta da Giovannini che è preoccupato ma fiducioso: “L’Agenda 2030 sta facendo mobilitare persone in tutto il mondo che accettano sfida della complessità. È un fiorire di proposte per rifondare su basi sostenibili la nostra società. E abbiamo bisogno di politiche che ci facciano fare salto straordinario e rendano i cambiamenti sistemici, non più solo pratiche locali e creando nuovi business con nuovo modo di pensare, attività economiche che creano valore aggiunto integrato con valore sociale e ambientale”.

Mastrojeni, dopo aver ricordato che “il vero ruolo del diplomatico è costruire la pace, non fare il difensore del proprio Paese. È una missione condivisa da tutti. Le Nazioni Unite hanno come unico obiettivo costruire la pace” sottolinea che “la sostenibilità non solo è necessaria e senza alternativa ma conveniente”.

E su questo aspetto della convenienza si innesta il ragionamento sulla Cina, che ha imboccato con decisione la strada delle politiche “green”, facilitata dalla catena di trasmissione tra decisione del governo ed esecuzione dei livelli subordinati e dei cittadini e, invece, la crisi della democrazia che rallenta i tempi decisionali in un momento storico in cui il cambiamento dev’essere rapido. “C’è una debolezza della leadership in Occidente” chiosa Giovannini.

Francesco Dradi

Promuovere le competenze delle nuove generazioni per raggiungere gli SDG’s

Giovani, dotati e senza risorse”; così il giornale The Economist presentava i millenials nel 2016. A due anni dall’articolo, e a tre anni dalla creazione dell’Agenda 2030 dell’Onu, la situazione sembra non esser cambiata: anche se si parla molto di gioventù, quello che manca rimane proprio il dialogo con i giovani. Per questo l’intervento al Festival di Dario Piselli, volto del goal numero 8 dell’Agenda 2030 per il calendario Lavazza e membro del SDSN Youth, sembra sottolineare un punto di svolta. Come a dire: il dialogo c’è già, bisogna solo alzare il volume.

In foto: Dario Piselli con Martha Mancuso di Legambiente

Nel 2012 l’allora segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, crea il SDSN, Network delle Soluzioni per lo Sviluppo Sostenibile. Scopo del network è scoprire come attuare, partendo dagli SDG’s, un reale sviluppo, sempre tenuto conto dei limiti materiali del pianeta. Tre anni dopo verrà creata la sezione giovanile di SDSN, che ha come mission l’educazione dei giovani sui 17 obiettivi da raggiungere entro il 2030; allo stesso tempo, SDSN Youth lavora come piattaforma per connettere e creare sinergie tra i giovani e l’intero mondo della società civile. La speranza è quella di dare loro gli strumenti necessari per affrontare le sfide del futuro. “I giovani sono un capitale umano che non ci possiamo permettere di perdere”, spiega Piselli, specificando come il gruppo SDSN Youth vada ad agire proprio sull’eliminazione delle barriere di accesso al mondo della finanza, e non solo.

Ma quali sono le problematiche che deve affrontare un ragazzo per rendere concreta una propria idea? Nonostante la distanza geografica, le problematicità riscontrate dai ragazzi di tutto il mondo sono fondamentalmente le stesse: difficoltà ad accedere a crediti o finanziamenti; impossibilità di avvicinarsi a situazioni di mentoring o di consulenza da parte di esperti; difficoltà ad accedere a network lavorativi. Ultimo ma non ultimo, la mancanza di una visione comune. Non avere una definizione univoca di ‘bene comune’ porta infatti a decisioni molto diverse le une dall’altra, con outcome non sempre sostenibili.

In questo contesto lavora SDSN Youth, che forma, investe e monitora i progetti di moltissimi ragazzi: nel 2018 sono stati finanziati circa 200 progetti, sparsi in tutto il mondo. Vi sono poi dei cluster interessanti, che riguardano soprattutto i Paesi del sud del mondo: Nigeria, India, Uganda e Kenya hanno moltissimi progetti con l’SDSN Youth. Come spiega Piselli il motivo di questi cluster è molto semplice: “Sono i primi ad avere fortissime problematiche strutturali. Ma la voglia di cambiare dei giovani è forte”.

I progetti finanziati dall’associazione non riguardano solo il lavoro: cibo, povertà, lotta alla disuguaglianza di genere e formazione sono solo alcuni degli argomenti scelti nella creazione di un’attività. Solo per citarne uno: in Camerun il programma ha finanziato la creazione di un’attività che crea un fertilizzante naturale, ottenuto dal cibo sprecato. Molto spesso queste realtà, per motivi burocratici, nascono come no-profit, ma l’obiettivo nel lungo periodo è quello di generare utili.

Nonostante la presenza di molteplici accordi e tratti, in realtà la politica è uno degli attori che più di tutti rallenta il futuro delle nuove generazioni. Ed è per questo che, secondo Dario Piselli, dovremmo rivolgerci più al mondo della finanza sostenibile che ai politici: “Il problema della politica si chiama ‘dipendenza dal percorso’; è più facile fare quello che si è sempre fatto, invece di pensare a come creare nuovi modi di fare la stessa cosa ma in modo migliore”. Mentre il mondo del buisness ha già capito da lungo tempo che pensare in termini di sostenibilità non solo conviene, ma è un bisogno necessario. Un capitale ambientale intatto e resiliente è fondamentale alla supply chain delle aziende; inoltre, attuando pratiche ecosostenibili, il ritorno economico di lungo termine è maggiore. Usando le parole di Paul Polman, CEO dell’azienda Unilever: “devo prendere decisioni che non guardino solo al breve termine. Il mio obiettivo è quello di essere qui tra 50 anni”.

Gloria Falorni

Architettura e città sostenibili: verso il progetto della smart city

Al seminario “Architettura e città sostenibili: verso il progetto della smart city” hanno partecipato i docenti del dipartimento di architettura dell’Università di Parma, Paolo Giandebiaggi, Eva Coisson, Barbara Gherri e l’assessore ambiente e mobilità del Comune di Parma, Tiziana Benassi.

In foto, da sinistra a destra: Coisson, Giandebiaggi, Benassi, Gherri.

Giandebiaggi ha posto l’attenzione su due particolari problemi che andranno ad incidere sull’inquinamento: «La popolazione mondiale è in costante aumento negli ultimi 50 anni, tanto che se si continua così il trend prevede che nel 2050 saremo circa 10 miliardi di abitanti sulla Terra. Già al giorno d’oggi la maggior parte della popolazione vive principalmente nelle città, ma nel prossimo futuro il 75 % abiterà nei centri urbani. Occuparci dello status quo delle città di oggi è una questione vitale, questo vuol dire occuparsi anche della sopravvivenza dello stesso genere umano».

In questo senso l’agenda 2030 offre un percorso per tutti i cittadini con cui bisogna fare i conti. Secondo Giandebiaggi i temi dell’agenda possono essere suddivisi in globali, ambientali, specifici, città e infrastrutture. Per ciò che riguarda l’ambiente, è stato fatto molto perché l’opinione pubblica è molto più consapevole rispetto al passato dei problemi ambientali ed è aumentata anche la sensibilità, infatti oggi si misurano degli indicatori che un tempo non si immaginavano nemmeno come per esempio la qualità dell’aria, del suolo, delle acque. Resta invece ancora molto da fare sul come costruire una città, come mettere in relazione tutte le componenti economiche, sociali e ambientali per una migliore qualità della vita nel contesto urbano.

L’assessore Benassi si è focalizzata sul concetto di intersettorialità: «La sostenibilità non è un discorso solo ambientale ma è un argomento a 360°, anche la cultura ha una stretta relazione con la sostenibilità perché solo dove c’è una vivacità intellettuale ci può essere sostenibilità».

Parma inoltre «si sta muovendo sempre più sul concetto di mobilità», l’Amministrazione Comunale infatti ha l’obiettivo di ridurre il più possibile la mobilità passiva, ossia l’utilizzo di mezzi a motore, e incrementare la mobilità attiva. Sulla base di quest’obiettivo vengono lanciati i P-days, iniziativa che prevede la chiusura al traffico nel pomeriggio e sera di sabato nelle vie centrali, per vivere meglio lo spazio urbano.

La docente Coisson, ha illustrato il nuovo corso “Architettura, rigenerazione e sostenibilità “ che terrà conto di formare nuovi laureati con competenze di base tradizionali ma anche conoscenze di nuovi materiali e strumenti per essere indirizzati nel percorso della sostenibilità.

La chiusura del seminario è stata affidata alla professoressa Gherri che ha posto l’attenzione sulla necessità di una profonda opera di riqualificazione urbana per ciò che riguarda il recupero degli spazi interstiziali e di transizione. I piccoli spazi aperti infatti devono essere un confort dei cittadini e solo in questo modo la città è più vivibile e si evitano le ondate di calore: non è un caso infatti che in città fa più caldo rispetto alle zone periferiche o all’aperta campagna.

Carmine Albanese

Buona occupazione e sviluppo sostenibile: quali interrelazioni?

Si è svolto al Palazzo del Governatore l’evento “Buona occupazione e sviluppo sostenibile: quali interrelazioni? Condivisione di casi concreti e best practices” che vedeva la presenza di varie aziende e imprenditori attivi sul territorio che hanno condiviso le loro esperienze innovative nella direzione dello sviluppo sostenibile.

Nella foto: da sinistra, Michele Fasano, Mariuccia Teroni, Maria Paola Chiesi, Silvia Dallai, Francesco Vella, Dario Cusani, Fausto Ferretti, Samir de Chadarevian.

Curatore dell’evento è Samir de Chadarevian e insieme lui, per moderare i vari interventi, era presente il docente di Diritto Commerciale dell’Università di Bologna Francesco Vella. Quest’ultimo ha subito posto l’accento sulla ricerca statistica condotta da ASviS secondo la quale il Goal 8 è quello in cui, purtroppo, sono stati effettuati meno progressi. Nello specifico questo goal prevede “l’incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti”.

Nonostante ciò esistono realtà in cui le aziende sono particolarmente attive e hanno ottenuto significativi risultati nello sviluppo di questo obiettivo. Un primo esempio può essere la Chiesi Farmaceutici. Maria Paola Chiesi spiega che l’impegno nella sostenibilità ha origine con lo stesso fondatore nel 1950. “L’uomo è al centro” veniva riportato nelle brochure dell’epoca e la Chiesi afferma che l’ideale portato avanti dal nonno ha dato un forte indirizzo a tutta l’azienda. L’obiettivo è sempre stato quello di ottenere risultati mantenendo rispetto verso la società e l’ambiente. Un altro partecipante a questa tavola rotonda è Dario Cusani, che pone invece l’attenzione sulla buona occupazione. Retribuire le persone in modo equo e soddisfacente è un elemento fondamentale per attivare un’energia di restituzione nei dipendenti. “Carovana Etica” è infatti un progetto portati avanti dallo stesso in collaborazione con Alberto Tamburrini per promuovere e condividere questa idea di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, che devono poter trovare all’interno della propria azienda un luogo piacevole in cui svilupparsi prima di tutto a livello personale.

A questo riguardo la Deloitte è un altro esempio di integrazione tra innovazione e buona occupazione. Come spiega Silvia Dallai le buone pratiche di lavoro si sviluppano in tre direzioni: la prima consiste nella crescita professionale seguono poi il benessere dei dipendenti e l’innovazione. Da anni l’azienda adotta il sistema di smart working e i risultati sono stati più che redditizi. Dallai continua spiegando che bisogna prima di tutto includere i lavoratori, renderli partecipi, attivi e realizzati all’interno dell’ambiente aziendale.
Sulla stessa onda si muove Facility Live.
Mariuccia Teroni si fa promotrice di un ideale inclusione dei suoi “ragazzi”. Così li chiama, e non dipendenti ,perché, come dice lei stessa, “Io questa parola non riesco proprio a dirla. Non sono loro a dipendere da me ma io da loro”. Avvicinare i vertici ai lavoratori è un’attività in cui la Teroni ha sempre creduto come quella di garantire realizzazione personale all’interno dell’ambito lavorativo. Sandra Spa è un’altra azienda attivamente impegnata nell’ambito sociale e a tal proposito, come ricorda Fausto Ferretti, è stato avviato un progetto che coinvolge persone con disabilità e le inserisce all’interno dell’ambito lavorativo facendogli svolgere attività di recupero.

Concludendo riportiamo le parole del regista indipendente Michele Fasano: “I 17 goal non si colgono in ordine sparso ma vanno colti tutti insieme”. Non ci si può concentrare solo su un goal dimenticandosi di curare gli altri, esistono correlazioni e connessioni intrinseche agli obiettivi che non permettono di risolvere i problemi agendo a compartimenti stagni. Questi esempi provengono dai vari settori, dal farmaceutico al high tech, ma in ogni caso l’impegno portato avanti da queste aziende si muove verso la ricerca di una buona occupazione affiancata alla sostenibilità.

Ilaria Cantoni

Agenda 2030 e cibo

La sicurezza degli alimenti si ottiene con la gestione dello spreco ma anche con un approccio sanitario accurato. La difficoltà è sempre il fatto che è facile parlare di food safety quando si ha lo stomaco pieno.

Il mercato è un concetto modulabile, non può essere preso come assoluto ma va trasportato in quelle che sono le realtà”, spiega Adriana Ianieri (nella foto), docente di Ispezione degli alimenti, facoltà di Scienze degli alimenti Università degli studi di Parma, facendo gli esempi del mercato thailandese, dove possiamo vedere pesce essicato, che produce problematiche legate ai batteri, da quelli del cibo ad infestanti volanti; vendita di carne con accatastamento sulle strade, nessuna protezione, venduti a temperatura ambiente durante l’estate; o dei mercati in Cina: il pesce come da tradizione viene comprato vivo. Viene stordito e eviscerato direttamente sul mercato, per terra. La strada diventa “estensione dell’esercizio commerciale”. In Tunisia si vede dalla presentazione che la carne di montone, di ovino, è venduta sotto il sole in estate, favorendo la proliferazione microbica. Ultimo esempio a campione è l’Albania: banco all’aperto con vendita di carne di cavallo esposta ad alte temperature esterne.

Allora la sicurezza cos’è? Dobbiamo considerare il concetto di safety come qualcosa che trova diversità in funzione del posto dove ci troviamo. Definizione estremamente varia considerando che il mondo non è a compartimenti stagni. Quindi cosa ci troviamo a mangiare in questo clima di globalizzazione? Da dove proviene? Anche solo in una pizza troviamo 35 prodotti che derivano da 60 Paesi differenti. La proliferazione di agenti patogeni è aiutata da tutto questo e dobbiamo considerare che oggi si conoscono 1.400 agenti patogeni per l’uomo di cui il 75%, causa di malattie infettive, come l’ebola, che sono di origine animale.

La difficoltà è il controllo e dovrebbe iniziare dai consumatori. Il problema dell’informazione sull’argomento viene da un giornalismo che a volte spinge verso l’estremizzazione ma “la demonizzazione non è mai positiva. – spiega la professoressa Ianieri -. Eliminiamo l’olio di palma, ma non sappiamo con cosa esso è stato sostituito, non ce ne preoccupiamo”.

Gli antibiotici ne sono un altro esempio: “c’è bisogno di razionalizzarne l’uso, perché gli antibiotici servono, devono essere utilizzati. Non demonizzati senza conoscerne l’effetto pratico o la composizione”.

Altra problematica per quanto riguarda la sicurezza alimentare è lo spreco. Esiste una diversità di spreco tra i Paesi industrializzati e i Paesi in via di sviluppo. Per i primi si identifica come uno spreco di lavorazione, distribuzione e in fase di consumo. Negli altri Paesi invece lo spreco deriva dalla mancanza di infrastrutture e di una corretta conservazione e gestione.

Ci sono già progetti in corso per cercare di risolvere questa problematica e un esempio perfetto ne è l’uso del pesce povero sugarello. “Viene consumato principalmente alla brace nell’Italia centro meridionale ed è molto economico e saporito – spiega Ianieri -. Esiste un progetto di cooperazione per la messa a punto della lavorazione di questo pesce in collaborazione con la Tunisia”. Trasformato trova un’ottima distribuzione locale e il progetto è quello di riuscire a portarlo nelle mense scolastiche, abbattendo i prezzi. Lavorando questo pesce nella maniera adeguata e con tecnologie adeguate sulla costa africana, questi progetti risolvono i problemi di food safety attuali.

Lo spreco alimentare e la sicurezza coinvolge ogni persona. Un esempio di tutti giorni è “come gestiamo i nostri acquisti parlando di safety? Quando facciamo la spesa d’estate portiamo la borsa termica? Poggiare la busta in una macchina ancora più calda dell’esterno, anche solo per cinque minuti modifica il nostro alimentoconclude Ianieri -. Non abbiamo mai la sicurezza assoluta di ciò che mangiamo. Il rischio zero non esiste e per modalità di gestione dei comportamenti non adeguatamene corretti, il rischio è maggiore nell’ambiente domestico. Il consumatore deve diventare informato e consapevole”.

Sviluppo sostenibile e impact investing

Una tavola rotonda per scoprire il volto buono della finanza, per dimostrare come “non siamo così brutti e cattivi come ci dipingono”. Così il presidente della Fondazione Cariparma, Gino Gandolfi riassume e presenta l’evento dal titolo “Sviluppo sostenibile e impact investing: generare sviluppo sostenibile e valore per le imprese e il territorio”. A dialogare, otto personaggi emeriti dal mondo dell’economia e della finanza: Samir de Chaderavian di GIST Initiatives, Livio Stellati, responsabile territorial relations centro nord UniCredit, il vice presidente Giuseppe Torluccio per la Fondazione Grameen, Nicola Trivelli, amministratore delegato di Sella SGR, Paolo Pinzoni per Vodafone, Paolo Proli di Amundi SGR, Paolo Gibello di Fondazione Deloitte, Enea Roveda di LifeGate e Luca Sangalli di FacilityLive.

Finanza Green. Si fa fatica a pensare che il mondo della finanza si interessi allo sviluppo ecosostenibile. Ma quello che non è chiaro per un neofita, lo è per chi nel mondo degli affari ci lavora da anni. E la verità è una sola: la finanza sostenibile ha guadagni simili a quella tradizionale. Secondo le stime di Paolo Proli circa 21 trilioni di dollari all’anno vengono investiti nel mondo in ambito bio, passando dall’agroalimentare a cause sociali. Il motivo di questa svolta verde è duplice: da una parte c’è in gioco la salvaguardia dell’ambiente; dall’altra parte c’è il guadagno e un rapporto più disteso con i clienti. “Una volta che spieghiamo loro la tridimensionalità del portafoglio -rendimento, rischio e impatto – i clienti sono più tranquilli. Capiscono finalmente dove vanno i loro soldi” racconta Trivelli, aggiungendo come la sua società si occupi da anni di risparmi con impatti sociali positivi.

Impact investing. Letteralmente, quella parte di finanza a supporto dell’impatto socio-ambientale, che investe in imprese e realtà eco-friendly. È questo il leit motiv di tutta la tavola rotonda, che presenta i vari modi in cui un’azienda e un fondo possono operare in tal senso. “UniCredit – spiega Livio Stellati ha adottato una strategia di sviluppo sostenibile che ambisce a creare valore per tutti i portatori di interesse, stimolando la competitività delle imprese, l’inclusione finanziaria, il benessere degli individui e il progresso della comunità”. Tra le ultime iniziative, anche un accordo, stipulato lo scorso aprile, tra la banca e il Fondo Europeo per gli Investimenti per un plafond di 50 milioni destinato a sostenere le micro imprese.

Ma l’impact investing non è solo un atto di creazione: è anche un give back, un ridare indietro alla società quanto si è preso. Con questo spirito si è andata a creare a Pavia il progetto Facility Live, che invece di fuggire in America ha deciso di rimanere qui in Italia, per dare servizi e lavoro al territorio.

Tecnologia e sviluppo. La Facility Live è una start up che ha creato un motore di ricerca che seleziona le informazioni in modo diverso da Google, che gerarchizza i siti tramite i principi sconosciuti del suo algoritmo. Nella nuova app invece il principio dominante è quello della pertinenza, che restituisce all’uomo la scelta decisiva: è la persona a informarsi dove e come vuole, senza incappare così nelle inevitabili distorsioni informative che avvengono con l’utilizzo del più famoso motore di ricerca al mondo. Ma l’azienda non punta solo a ristabilire il giusto equilibrio tra uomo e macchina. Obiettivo cardine di tutto il progetto è la riduzione della creazione di data center, fatti perlopiù di silicio: l’estrazione della materia prima e la produzione di banche dati sono responsabili di fracking e di esalazioni tossiche in tutto il mondo.

Lavoro e futuro. Tecnologia, futuro e ambiente sono concetti che devono correre di pari passo, ma che difficilmente nell’immaginario comune vengono visti in dialogo tra loro: non di rado si guarda alla tecnologia con diffidenza quando si parla di preservazione dell’ambiente. Quest’ultimo concetto abbraccia anche le realtà umane, importanti quanto flora e fauna. In questo contenitore, gli argomenti chiave per un futuro migliore riguardano la parità di genere, il diritto a una società collaborativa e il diritto a un lavoro. L’introduzione delle macchine nel mondo lavorativo genera timore, ma non per questo deve essere causa di conflitti. Paolo Pinzoni racconta l’esperienza dei call center Vodafone di Ivrea, Pisa e Bologna: “Se prima a rispodere al telefono c’erano delle persone, ora l’azienda usa il call center digitale, un app chiamata Toby. Ma i lavoratori non sono stati mandati a casa: adesso si occupano della formazione di Toby, in modo tale che risponda in modo coerente alle richieste degli utenti”.

La buona finanza e le imprese sostenibili hanno bisogno l’una dell’altra”, ricorda Samir de Chaderavian. Come a dire: saremo anche brutti e cattivi, ma (anche) senza di noi non c’è futuro.

Gloria Falorni

“La Sostenibilità non è un problema da risolvere, è il futuro che possiamo creare.” (Peter Senge)