Rendere lo sviluppo sostenibile coerente con la sostenibilità

L’evento moderato, e tradotto, da Francesca Riolo ha visto la presenza David Lin, direttore scientifico del Global Footprint Network, che ha presentato i risultati dello studio nel quale si comparano gli indici che dovrebbero indicare il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite con i dati di impronta ecologica.

“Human economy is unsostainable” queste le prime parole di David Lin. Confrontando gli indici di sviluppo sostenibile con le impronte ecologiche emerge che la nostra economia non è sostenibile. Il modello economico che abbiamo adottato fino a questo momento, la strada che abbiamo intrapreso, non ci permette di proseguire ancora su questo cammino. Dobbiamo recuperare il nostro rapporto con la natura, dobbiamo sapere con precisione quanto abbiamo, in termini di risorse, e quanto consumiamo perché altrimenti ci stiamo comportando come se stessimo volando su un aereo senza sapere quanto carburante abbiamo nel serbatoio.

Per spiegare l’impatto che il nostro modello economico ha sulla Terra, viene presa ad esempio la situazione cinese. La Cina è stato un paese storicamente povero, ma dal 1970 è partito un processo economico di crescita che l’ha portata ad essere ad oggi uno delle più importanti potenze economiche del mondo. Un evento straordinario certo, ma a che prezzo? “The traditional economic path of development comes at high ecological cost” continua Lin ed effettivamente il processo di sviluppo umano, e di miglioramento delle nostre condizioni di vita, è avvenuto fino a questo momento storico a discapito dell’ecologia.

Per definire la sostenibilità è necessario definire un contesto e il nostro contesto è il pianeta Terra. Se si consuma più energia rispetto a quanto ne venga prodotta, si crea un deficit e se produciamo più rifiuti rispetto a quanti la Terra ne possa assorbire, allora questi si accumulano. Siamo all’interno di una fase di overshoot: il nostro consumo è troppo elevato.

Alcune nazioni nel mondo consumano più di quanto possano effettivamente permettersi e questo è possibile perché il commercio permette di comprare le risorse da altre nazioni. Sulla base di ciò si può dividere il mondo quattro gruppi: esiste un 7% di paesi che riesce a integrare biocapacity, cioè la disponibilità a reperire risorse all’interno dei propri confini, e un’elevata disponibilità finanziaria; il secondo gruppo, costituito dal 15%, non possiede abbastanza risorse all’interno del suo territorio ma conta di una buona situazione finanziaria per far fronte a queste carenze; un 7% delle nazioni invece non ha la disponibilità economica necessaria per acquistare ma riesce sopravvivere grazie alle risorse presenti all’interno dei propri confini; infine il quarto ed ultimo gruppo, che consiste nel 71% delle nazioni, vive una situazione ancora più tragica: non ci sono soldi e nemmeno risorse dalle quali attingere.

Dalla comparazione tra i dati SDG e quelli di impronta ecologica emerge che le nazioni che hanno i migliori indici di sviluppo sostenibile sono anche quelle che hanno l’impronta ecologica più insostenibile. Questo paradosso dimostra che come sono intesi e misurati oggi gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile non garantiscono la sostenibilità ed è necessario quanto prima integrare i dati relativi alla disponibilità effettiva di risorse naturali. In sostanza conosciamo i dati, la storia e la nostra situazione attuale, da dove dobbiamo partire per dare vita al cambiamento? Bisogna partire da noi, dal piccolo, perché tutti abbiano una parte attiva in questo processo. Davin Lin dice “The change is happening”. Sì certo, ma è compito di tutti provare velocizzarlo.

Ilaria Cantoni

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