Modifica del modello italiano di economia: la necessità di rendere sostenibile l’agricoltura

“L’umanità non è mai stata potente e capace come adesso di modificare l’ambiente che ha intorno, eppure non è mai stata incapace e fragile come ora”, dice Rolando Cervi. Qui si inserisce la tematica della capacità di adattamento umana e della resilienza.

L’obiettivo è raggiungere un equilibrio tra l’abbattimento massimo della vulnerabilità e l’incremento massimo della resilienza, dove per resilienza intendiamo “la capacità che un sistema sociale e ecologico ha di tornare in una situazione di pre perturbazione, dopo aver subito una perturbazione”, come spiega Gianfranco Bologna. La situazione di oggi è molto complessa perché la popolazione è in crescita e con lei cresce anche il livello di consumo. Punto saliente è la visione di comprensione totalizzante perché per sostenibilità intendiamo “vivere e imparare a vivere nei limiti biofisici di un solo pianeta” come spiega il dottor Bologna. Dobbiamo fare in modo che il futuro del nostro mondo e della civiltà umana che è messa a rischio da noi stessi per il livello e le modalità di consumo, vengano salvaguardati.

“Non è scontato parlare di agricoltura in un Festival come questo, ma è giusto parlarne perché oggi se ne sa molto poco, tolto gli addetti ai lavori – spiega Mario Marini -. Siamo molto indietro nella produzione biologica rispetto per esempio ad India e Guatemala perché hanno capito che è l’unica strada per salvare quel poco di ambiente che hanno”. Attualmente produciamo circa tre volte il cibo necessario alla popolazione, e nonostante questo non la sfamiamo tutta.

Ciò che rovina le aziende agricole e produttrici di oggi è la necessità di reddittività delle imprese. E “la sostenibilità si realizza cambiando modello economico, non concentrando l’interesse sull’incremento del fatturato”, spiega Bologna.

Il mondo si è lentamente ma inesorabilmente inserito in un “tentativo di fare reddittività a tutti i costi e questo ha un impatto forte per chi vive in quel territorio. Su chi vive, respira, mangia e beve sul quel territorio – continua Marini -. Bisognerebbe pensare nell’ottica di un valore condiviso della propria terra”.

L’agricoltura è un sistema con numerosi variabili: clima, suolo, acqua, energia, biodiversità e l’uso che ne ha fatto la popolazione umana in questi anni, ha impoverito i suoli invece di arricchirli, concimando troppo e in modo sbagliato. Le contromisure sono iniziate ma adesso è già tardi anche per un uso efficiente dell’acqua. “Dovremmo andare verso un’agricoltura con bassi input esterni in termini di acqua ed energia, come fanno l’agricoltura biologica e quella biodinamica. Mentre i sistemi basati su OGM e agricoltura intensiva hanno alti input esterni”, continua Marini. Per questo motivo il modello sostenibile di agricoltura è quello che mantiene il livello di quantità prodotte, minimizzando i termini di input necessari per produrre quelle quantità.

Allora dobbiamo preoccuparci di un’agricoltura mondiale perché quando saremo 9 miliardi – circa nel 2050 – il 59% della popolazione sarà in Asia e il 20% in Africa. Non è pensabile coltivare qui per esportare in quei territori e per questo motivo diventa fondamentale la cooperazione mondiale. “Credo che l’unica chance per uscire da questo imbuto in cui ci siamo infilati è proporre un patto tra consumatori consapevoli e agricoltori volenterosi, perché devono aver voglia di mettersi in gioco. Perché mangiare è un atto agricolo e finché si lascia a chi fa impresa la scelta di cosa fare è come parlare di nulla. Il tema è spingere dall’ultimo anello della catena che ha in mano le leve del cambiamento, per fare in modo che il primo anello cambi i suoi comportamenti”, conclude Marini.

Questo momento in cui le imprese vanno in una direzione di redditività e la sostenibilità ambientale e sociale va in direzione opposta, ha bisogno di trovare un modo per creare un rapporto e una cooperazione.

Conclude Bologna: “La sostenibilità si fa cambiando il modello economico. Un modello proposto che non è solo chiacchiera, ma è praticabile e in molti paesi del mondo già attivo. Questo progetto pone un limite a livello globale e rimanere entro i limiti di questo spazio è un po’ il significato dell’Agenda 2030. Tutto questo deve diventare attuale, concreto, per cui esiste già un piano nazionale per lo sviluppo sostenibile”.    

Giulia Moro

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