Moda etica e sustainable fashion

Anche l’industria della moda si sta sempre più approcciando ad una visione green e sostenibile, facendo propria l’ideologia dell’economia circolare: zero sprechi, riciclo, riutilizzo dei materiali, drastica riduzione di consumo di acqua e apertura a nuove tecniche di filatura di tessuti.

Un fattore a cui non si pensa, erroneamente, con estremo interesse nel fast shopping è l’impatto ambientale, sociale ed economico che esso stesso produce. Se compriamo una maglietta a 3,99euro possiamo ben immaginare che il lavoratore, in qualsiasi parte del mondo sia stata prodotta, non sarà stato retribuito adeguatamente per il lavoro svolto, non saranno stati rispettati i suoi diritti lavorativi, magari non avrà lavorato in un contesto adeguato e sicuro, i materiali utilizzati saranno stati scadenti e avranno generato un forte impatto ambientale su tutta la filiera di produzione senza contare che dopo pochi utilizzi, la stessa maglietta, sarà diventato uno scarto.

L’industria tessile risulta essere il secondo settore più impattante per consumo di suolo e il quinto per emissioni di gas a effetto serra. Inoltre si pone al quarto posto dopo quello alimentare, per l’uso di materie prime, senza contare la fase del trasporto che ha un considerevole impatto sull’ambiente.

Alcuni dati pubblicati dall’Unione Europea nel 2017 stimano che durante i processi produttivi siano state utilizzate 1,3 tonnellate di materie prime e 104 metri cubi d’acqua a persona mentre sono state immesse nell’atmosfera 654kg di CO2 equivalente per persona. Non meno importante il problema legato al rilascio di micro e nano fibre durante i processi di lavaggi dei capi in fibre sintetiche. Queste finiscono nell’ambiente in particolare nei corsi d’acqua e attraverso questi nei mari dove vengono ingerite dai pesci, viene danneggiata la flora marina e di conseguenza l’uomo. Si stima infatti che ogni anno arrivino negli oceani circa mezzo milione di tonnellate di micro fibre plastiche.

La moda ha sempre avuto un ruolo centrale nella vita sociale e tutti, chi più chi meno, siamo stati coinvolti in questo cerchio da cui è difficile estraniarsi. Il concetto di “moda” sta cambiando radicalmente: pellicce di animale, il colletto di ermellino, gli stivali in pelle di serpente non trovano più particolare attenzione nel mercato. Ora si ricerca lo scarto della buccia di agrumi per ottenere magliette, biomasse di alghe per creare la suola di scarpe e sandali, la fibra delle foglie di ananas come alternativa alla pelle animale (Piñatex) e molte altre soluzioni alternative ma fortunatamente i colossi imprenditoriali della moda hanno avvertito questo cambiamento e piccole prese di posizione si stanno attuando.

Tra le più recenti scoperte possiamo citare le fibre ricavate dall’albero di banano (tramite cui si ottiene un tessuto simile al cotone). Grazie alle sue fibre esterne, che risultano più resistenti, permettono di produrre tappeti o corde mentre con le fibre più interne, date le caratteristiche più modellabili e leggere, si possono realizzare capi di biancheria intima. Nel 2014 viene fondata, da Adriana Santanocito ed Enrica Arena, Orange Fiber, l’azienda italiana che ha brevettato e produce tessuti sostenibili e innovativi per la moda a partire dai sottoprodotti dell’industria di trasformazione degli agrumi.

Le bottiglie in PET trovano un’altra vita con la trasformazione in un particolare filamento con cui si possono ottenere capi d’abbigliamento nuovi. Un esempio è Quagga, una marca che non solo produce abbigliamento con fibre di plastica recuperate ma ogni capo a fine vita viene a sua volta recuperato per rientrare così in un armonioso circuito chiuso. Il filato utilizzato è il Newlife della Sinterama e secondo uno studio condotto dall’Istituto per la certificazione etica e ambientale (ICEA)  la produzione di 1 kg di Newlife, rispetto alla medesima quantità di polimero vergine, consente una diminuzione: del 60% in termini di consumo di energia, del 32% emissioni di CO2 e del 94% di acqua.

Tanti progetti sustainable al 100% che possono essere d’esempio a molte altre realtà nella moda perché non è bello solo ciò che piace ma bisogna incominciare a pensare prima di tutto a prodotti che rispettano l’ambiente, i lavoratori e tutta la filiera produttiva.

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